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  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 23.11.2020

    Vivere al tempo del coronavirus

    Sotto la pioggia (2^ parte) 

    Intanto la luce del sole era andata scemando e il cielo declinava sempre di più verso una colorazione cinerea. Un brontolio cupo e lontano portò il mio sguardo al cielo. Alla mia destra si andavano addensando velocemente nuvole scure e fitte. Come comari accorse per ascoltare l’ultimo pettegolezzo
    “Vuoi vedere che comincia a piovere?” Mi dissi.
    Sotto quel cielo minaccioso, la città sembrava ancora più immobile e spenta: molti negozi chiusi, strade improvvisamente vuote, traffico inesistente. Qualche raro autobus di linea passò velocemente, senza neppure sostare alla fermata prescritta.  
    La libreria si trova in una stradina, ubicata lungo una linea diagonale che congiunge Piazza Massimo a Piazza Politeama. Amo queste stradine nascoste fra i monumentali edifici che sono l’orgoglio della città; amo aggirarmi fra viuzze nascoste, con i loro palazzi di inizio secolo e i loro piccoli negozi, preziose fucine di artigianato locale: la ceramica sicula, le statuette di giada…. Mi venne in mente Claudia, una giovane donna dalle dita agili e operose capaci di trasformare le idee in fermento in piccole preziose creazioni.  
    Girai l’angolo, ma non potei imboccare la stradina che doveva condurmi in libreria. A impedirne l’accesso una carrozza, fornita di cavallo e cocchiere, ferma all’estremità della stradina. Il cocchiere portava un'ampia palandrana scura, di colore indefinibile, sopra un fisico fin troppo magro. Il capo sorretto da un collo sottile e lungo era piegato sul petto e sopra il capo una “coppola” era stata tirata giù, a nascondere il viso. Sembrava dormisse. Il cavallo, parimenti tutto nero, immobile, pareva appisolato anche lui.
    Una apparizione per certi versi anacronistica. C’è stato un tempo in cui le carrozzelle circolavano numerose per la città contendendo gli spazi dei posteggi ai taxi e le strade alle auto, insofferenti del placido trotto dei cavallini che frenava la loro corsa.
    Non ne vedevo più da tempo. Eppure non me ne meravigliai: le due figure, immobili come un gruppo statuario, mi parvero l’emblema perfetto per una città caduta in letargo, come colpita da un sortilegio. O come immobilizzata dallo stop perentorio del venditore delle “belle statuine”.
    Un flash si accese nei miei giardini della memoria: una piazzetta di paese con un lastricato di pietre scabre disposte a raggiera su una linea centrale, la casa di mia nonna e la vite che si inerpica lungo un sostegno dal piano terra fino alla pergola di legno che ombreggia il balcone del primo piano, e i suoi lucidi grappoli neri. Sulla piazzetta bimbe che giocano. Fra esse c’è una bambina che desidera acquistare una statua per abbellire il suo giardino; una seconda bimba ne ha tante di statue. Contrattano in disparte.
    Le belle statuine,
    d’oro e d’argento
    Valgon più di cinquecento
    Ora è?
    Qualche attimo di sospensione e….. stop. Uno stop che suona come il freeze frame dei 4 ristoranti.
    Compratore e venditore si voltano: tutte le altre bimbe presenti sono ferme, immobilizzate in posizioni buffe, aggraziate, divertenti, in equilibrio su una gamba, slanciate in avanti come in corsa….. ognuna in ansiosa attesa della scelta che determinerà chi di loro è la statua più bella. 
    L’acquirente gira fra esse, atteggiandosi a compratore attento ed esigente e intanto si diverte a fare delle smorfie, mirate a destare il riso e a destabilizzare le statuine. Ma nessuna di queste abbandona il controllo di sé e della propria posa.
    Gocce di piogge, grosse come chicchi di grano, spazzarono di colpo lo scenario dei ricordi. Colta di sorpresa, rimasi ferma….. come statua….. ad accogliere rivoli d’acqua sui capelli, sul viso, sugli abiti. “L’inverno sta arrivando, Jon Snow” dissi con il tono solenne e profetico che mi consentivano le circostanze e quanto mi rimaneva della mia autoironia. 
    Perché nella frase non c’era alcun riferimento stagionale. Piuttosto vedevo in quella pioggia improvvisa un indizio certo del fatto che il Cielo era contro di me, contro noi tutti. E avevo la sensazione che il peggio fosse già alle porte.
    “Ti stai lasciando catturare dal pessimismo, ragazza mia. Smettila! “. La solita vocina interiore da grillo parlante. Scossi il capo per cacciarla via e cercai con gli occhi un posto dove rifugiarmi. Nulla. I negozi, i bar, tutto chiuso. Un balcone mi offrì un riparo di fortuna, ma la pioggia era così violenta che mi trovai presto con i piedi dentro una pozzanghera. 

    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 28.11.2020
    Vivere al tempo del coronavirus

     (Sotto la pioggia 3^ parte)  
    I miei occhi tornarono infine verso la carrozza ancora ferma, dove il cocchiere era intento a sollevare la capote. Una rapida corsa schizzando acqua da ogni parte ed ero già sospesa sul predellino, intrufolata quasi fra i sedili posteriori. “Per favore, sono tutta bagnata. Mi porterebbe a Piazza S. Francesco, dove ho posteggiato la mia auto? Non è lontano.” E non ricevendo risposta: ”Per favore.” Il cocchiere infine mi fissò intensamente per un paio di minuti. Vidi sopra la mascherina due occhi scuri, pozzi profondi al centro di un reticolo di rughe. Sostenni il suo sguardo, aspettando. Non avevo intenzione di farmi lasciare a piedi.
    Infine, senza pronunciare una parola, col solo gesto del capo mi fece cenno di salire. Mi accoccolai su un sedile di legno, che una volta forse era fornito di imbottitura e di una copertura in similpelle. Ora offriva soltanto due cuscini rossastri sporchi, sottili e strappati in più punti. Con cautela li allontanai da me e mentre il cavallo si muoveva facendo un largo giro per la piazza, tirai il fiato. Sotto il borbottio dei tuoni e il crepitio della pioggia, il clap clap degli zoccoli arrivava attutito, ma in qualche modo mi era di conforto.
    Quando era stata l’ultima volta che ero salita in una carrozza? Ah ecco! Secoli fa, per la mia festa della matricola. Giorni fantastici, quelli! Festeggiavamo l’autonomia dei diciotto anni, il superamento dell’adolescenza, l’inizio di una nuova avventura e di un viaggio che allora ci appariva pieno di promesse. Saltavamo sulle carrozze, e giravamo per la città cantando, ridendo e apostrofando i passanti. “Signore, ehi signore! Lei è felice?” e ad una donna visibilmente incinta” Signora, tanti auguri per il suo bimbo. Speriamo che sia femmina. Le donne sono il meglio, vero signora?” I nostri compagni di carrozza protestavano e ci davano gomitate. “Signori, non ci fate gli auguri? Siamo matricole!” Ci sentivamo i padroni della città; già proiettati nel futuro ci vedevamo di quel futuro i protagonisti incontrastati. Eravamo di già, nei nostri progetti, la generazione che tutto avrebbe sovvertito, tutto avrebbe ricostruito. Più giusto, più bello.
    Bei ricordi! E intanto io e il cavallo eravamo giunti a poca distanza dalla mia auto. Tirai fuori dal portafoglio un paio di banconote. “Sono per lei. Spero bastino” dissi. L’uomo, dalla sua posizione a cassetta si girò leggermente e mi guardò esitante. “Per favore” aggiunsi. Allungò la mano, prese le due banconote, biascicò qualcosa che mi sembrò un grazie. “Grazie a lei” dissi saltando giù. E, mentre cercavo le chiavi della mia UP, lanciai un’ ultima occhiata alla carrozza che si allontanava. Almeno per quella sera il cavallo aveva fatto il suo dovere.
    Guidavo con prudenza, con gli occhi incollati al parabrezza, aguzzando la vista fra gli scrosci di pioggia che ostacolavano la visuale. Non potevo essere lontana da casa. Mi fermai. Non vedevo nulla. Aprii il finestrino e scorsi sulla mia destra l’insegna di un panificio che mi era familiare. Il pane per la cena!!! Me ne ero dimenticata. Scesa dall’auto, di corsa raggiunsi il negozio e sgusciai rapida all’interno. Mi accolsero il profumo confortante del pane appena sfornato e il calore del forno; un senso di benessere mitigò il freddo che si era insinuato sotto gli abiti bagnati. “ Due panini, signora e… quelli cosa sono? Sfinci di S. Giuseppe!!!! Sono freschi?”
    Poco dopo ero di nuovo in macchina col pane, gli sfinci e un incipiente raffreddore. E a dispetto della pioggia e del freddo preso, immaginare il delizioso sapore degli sfinci e i visi lietamente sorpresi delle mie donzelle ebbe il potere di condurmi un po’ più vicino alla serenità.

    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

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    modificato 25.12.2020

    Il gioco a Bigfarm e dintorni

    Bigfarm è un gioco, solo un gioco. E secondo la concezione più diffusa del termine gioco, Bigfarm, in quanto gioco, deve essere un passatempo leggero, divertente, una parentesi nel tran tran quotidiano di pura evasione. L’ho sentito dire migliaia di volte. Certo, ho ripetuto anche io, solo un gioco. Ma l’altra me, più critica e raziocinante, mi contesta: “Non è mica vero. Tu sai benissimo che il gioco è una cosa seria”. Ergo, per la proprietà transitiva, se Bigfarm è un gioco, Bigfarm è una cosa seria, anzi, essendo contenitore, con le sue mille ramificazioni, di giochi e giochini, è una cosa serissima. 
    La frase “il gioco è una cosa seria”, non è mia, è di Bruno Munari.
    Munari, artista attento al mondo dei bambini, con questa frase presumo volesse sottolineare l’importanza del gioco per lo sviluppo dei bambini: il gioco stimola l’intelligenza e l’immaginazione, li avvia a misurarsi col mondo circostante e a superare la propria visione egocentrica. Il gioco è esplorazione e scoperta, strategia e superamento degli ostacoli. E anche di più.
    Insomma, sembra suggerire Munari, l’attività ludica dei bambini non è da prendere sotto gamba.
    La frase di Munari mi è venuta in mente qualche tempo fa, assistendo ad un contrasto sul gioco fra due miei compagni.
    Fin qui nulla di strano. Come si suol dire, le divergenze a bigfarm sono normale amministrazione. Ma quando ho ascoltato da uno degli interlocutori chiudere la conversazione con “ Io con te non parlo più” o qualcosa equivalente, rimasi folgorata ricordando frasi similari risalenti a tempi biblici, quando da bambini, con bagliori minacciosi negli occhi, si pronunciava la fatidica parola ”sciarra”, che segnava la fine  di un’amicizia e l’apertura delle ostilità. La frase riportata sopra suona esattamente come una  “sciarra”
    Allora non era il gioco in sé a essere messo in discussione, ma la violazione dei fondamenti di ogni gioco collettivo che si rispetti : la slealtà, il tradimento, la demolizione delle regole pattuite, e quel che è il peggiore insulto, la demolizione di sè da parte di colui che fino a qualche minuto precedente era il nostro compagno di gioco, davanti ad un pubblico.
    Fattivamente il problema sorgeva quando il diverbio spostava il suo fulcro dal contenuto- gioco all’attacco personale, dal “ è meglio  giocare così….. il gioco non mi piace … ecc…” al “ tu sei…”  Prepotente o incapace o confusionario o inaffidabile aut similia. Non è importante l’aggettivazione usata. Quello che importa è che il gioco passa in secondo piano e che è invece la relazione fra i due giocatori ad essere messa a rischio.
    Ma allora cosa è esattamente il gioco? E le dinamiche che avvengono nel gioco infantile valgono anche per gli adulti?   Noi adulti torniamo tutti bambini quando ci cimentiamo in un gioco?
    E mentre cercavo di dare un filo logico alle risposte che mi davo, incontrai in una collana antologica un brano che dice molto  sull'argomento.
    Ecco il brano: 

    Giocare significa mettersi in gioco. Significa mettere in gioco il mondo, prenderne le distanze, metterlo fra parentesi oppure utilizzare il mondo, la realtà, per inventarne altri, paralleli, che obbediscono ad altre regole, arbitrarie, tanto più precise perché arbitrarie. Per inventare altri noi stessi, personaggi fantastici, che in quel mondo parallelo giocano, appunto, una partita diversa rispetto all’altra, obbligatoria e aleatoria partita della vita. Significa attraversare lo specchio di Alice.
    Si può giocare da soli, ma quasi sempre, anche da soli, abbiamo bisogno di trasformare, ricreare la realtà, le cose. Un bastone tra le gambe diventa un destriero, una bambola una bambina viva nella quale riprodurre a modo nostro, in una specie di teatro i rapporti affettivi, di seduzione, qualche volta anche crudeli, di cui abbiamo bisogno o che ci angosciano.
    Ma soprattutto si gioca con gli altri, in competizione con gli altri, a due o in squadre, all’interno di regole condivise che dentro l’universo del gioco ci danno l’illusione di essere più comprensibili, affrontabili di quelle del mondo reale che spesso ci spaventano. Significa cercare di imparare a vivere, a competere oppure, qualche volta, a rifiutarsi di farlo. Persino imparare a fingere, a barare.
    Quando pensiamo al gioco, pensiamo quasi sempre ai bambini, ma sappiamo bene che non smettiamo mai di giocare, a qualunque età, e che quasi sempre, per sopravvivere, abbiamo bisogno di vivere la vita stessa come se fosse un gioco. Anche se mai nella vita, si riesce a recuperare fino in fondo la serietà totale che hanno i bambini quando giocano.
    Una serietà contemporaneamente profonda e leggera che permette al cavaliere mascherato di interrompere di colpo la grande avventura e correre a fare merenda se la mamma lo chiama Gli adulti, qualche volta, patologicamente diventano prigionieri e vittime dell’azzardo dei loro giochi e non sanno più uscirne.

    Da Ferdinando Scianna, Introduzione a In gioco, Contrasto, Milano 2016

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    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

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    modificato 12.01.2021
     Dai Peanuts a Tommaso Moro: elogio dell'umorismo

      

    Charlie Brown: Propositi per il nuovo anno? Uscirne vivo.
    Lucy van Pelt: Cosa faccio per Capodanno? Cambio il calendario. 

    Cominciò così, con l’invio tramite watsapp di vignette dissacranti il capodanno e il rituale degli auguri. Né io né la mia interlocutrice avevamo voglia di festeggiare e partecipare al rito collettivo. Eravamo stanche, deluse e disilluse; ancora sotto il peso degli eventi del 2020, non vedevamo dell’anno in arrivo nulla che potesse rallegrarci. O forse preferivamo non crearci aspettative, per il timore di essere smentite dalla realtà. Così cominciammo, complici i Peanuts, a scambiarci battute surreali, sceme se volete, sull’anno nuovo, le aspettative, gli auguri ecc…. 
    Il nostro modo di salutare l'anno nuovo. 
    Ma in fondo cosa sono gli auguri?”
    E giù a ipotizzare etimologie e a ricordare la storia della parola “augurio”

    Gli àuguri dell’antica Roma si proponevano come mediatori fra cielo e terra, fra dei e uomini; erano sacerdoti capaci di interpretare la volontà divina su richieste specifiche attraverso il volo degli uccelli. In fondo anche Roma deve la sua fondazione ad un volo di uccelli burloni che per caso attraversarono il suo cielo.

    Le cose andavano press’a poco così.
    Caio Fibonio, da semplice calzolaio, voleva mettere su una bottega di sandali eleganti con le fibbie dorate alla moda siriana? Si recava dall’ àugure e gli esponeva il problema: “Mi andrà bene? Avrò successo o gli dei sono contro di me?”
    L’ àugure rifletteva e intanto guardava le mani di Caio. Cosa gli portava Caio per ingraziarsi gli dei? Due polli? Che screanzato!! Lo aveva preso per un Azzeccagarbugli? Era un’offesa! Una grave onta per la sacralità della sua funzione! Poi sentiva sull’uscio una voce inconfondibile…..meeeee meeeeeee….di capra!! Questo era un dono degno! Il volto si rischiarava e il sacerdote con un sorriso accoglieva capra e polli.
    “Non per me- diceva- ma per rendere onore agli dei”.
    La mattina dopo, di buon’ora, si collocava sulla collina e aspettava. Finalmente ecco uno stormo di uccelli; ne valutava il numero, la direzione, la compattezza. E la mattina dopo dava il suo responso.
    “Domum laetus redis, Caie. Dei tibi favent. Vale.” che equivaleva a “Tranquillo Caio, va’ a casa. Gli dei sono con te. Stammi bene”.
    Caio aveva così l’approvazione divina per il suo progetto, il sacerdote una capra da cucinare per la famiglia e gli amici. Gli dei, promotori e garanti del successo commerciale di Caio, si sarebbero sollazzati col profumo dell’arrosto e col fumo che saliva dal girarrosto fino alle dimore celesti. Tutti contenti dunque.

    Adesso, nei nostri tempi, non ci sono più àuguri, né si vedono più stormi di uccelli, né possiamo contare sulla promessa giurata degli dei che tutto andrà bene.
    L’augurio ( parola che deriva appunto da àugure) oggi è un atto di fede, una speranza. “Ti auguro, e quindi spero per te, ho fede che il nuovo anno ti riservi cose belle”. Sorrisi, sogni. 
    “A me comunque non va di fare gli auguri. Neppure a me stessa”
    “Ma certo- approvai - di questi tempi, gli auguri vanno fatti col contagocce. Per non sprecarli. E fede e speranza vanno piazzati bene, su un anno vincente.” Risate.  
    Fu così che io e Maristella NON ci scambiammo gli auguri di Capodanno, ma ci separammo con un po’ più di allegria.  
    Il giorno dopo mi giunse dalla mia amica un messaggio che riportava una preghiera condita di una manciata di umorismo, un po' di saggezza, e un senso di concretezza insolita nelle preghiere.
    A me è piaciuta. Spero piaccia anche a chi vorrà impiegare un po’ del suo tempo nella lettura di questa pagina.

    Dammi, o Signore, una buona digestione ed anche qualcosa da digerire.
    Dammi la salute del corpo. Col buonumore necessario per mantenerla.
    Dammi, o Signore, un’anima santa che faccia tesoro di quello che è buono o puro affinché non si spaventi del peccato, ma trovi alla Tua presenza le vie per rimettere di nuovo le cose a posto.
    Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti e non permettere che io mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo invadente che si chiama “io”.
    Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo, concedimi la grazia di comprendere uno scherzo, affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne parte anche agli altri.

    Tommaso Moro

    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

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    modificato 04.04.2021

    Io e gli occhiali.

    Dedicato a quanti, come me, soffrono di miopia e sono occhiali-dipendenti. Con affetto.

    Guardo il viso riflesso dallo specchio e chiedo: “Chi sei?” Riconosco i corti capelli biondi sottilissimi e scarmigliati, la forma minuta e ovale del viso, le orecchie grandi e disciplinate sotto le ciocche dei capelli laterali. Sotto gli occhi segni neri, la pelle tirata e stanca, qualche ruga mai vista prima. 
    Gli occhi no, non sono i miei. Mi guardano, smarriti, dall’altra parte dello specchio. Si stringono a fessura come per mettermi a fuoco. “Chi sei?” Neanche gli occhi riconoscono me. Sono senza occhiali.
    Ho portato gli occhiali da vista da quando avevo quattordici anni. Studiavo troppo, leggevo troppo, e affaticavo troppo i miei occhi. L’uso delle lenti divenne un imperativo cui non c’era possibilità di sottrarsi e, nonostante tutte le resistenze proprie dell’età, alla fine dovetti rassegnarmi. Ricordo tutte le prese in giro e i nomignoli che mi furono affibbiati dai miei coetanei; ricordo l’aria di sufficienza e gli sguardi di sprezzante riprovazione che lanciavo a chi mi offendeva, mentre dentro di me scorrevano lacrime cocenti; ricordo la cura con cui altresì la mattina, ancora assonnata, tastavo con le mani la superficie del comodino in cerca degli occhiali, la prima cosa che cercavo al risveglio, l’ultima che deponevo prima di addormentarmi. Una vita intera, in compagnia dei miei occhiali.
    Quegli occhiali, così inizialmente detestati, entrarono pian piano a fare parte di me, del mio habitus, di un modo di essere. Furono schermo dietro cui nascondermi e nascondere pensieri, timidezza, fastidio, incertezza, ira, incredulità. E scudo per tenere a distanza lo sguardo indagatore e invadente dell’altro.
    Da qualche mese non porto più gli occhiali. Un intervento di mezz’ora e via le lenti da vista. Libera finalmente dalla schiavitù delle lenti, scomparso quel segno sul naso, visibilissimo quando mi lavavo il viso la mattina.  E davanti a me un mondo pulito, limpido, con contorni netti e luminosi. Non brancolo più nella vaghezza indistinta e nebulosa della miopia.
    Dovrei esserne felice. E invece non lo sono. Vivo in uno stato di disagio. Mi capita di alzare la mano per sistemare meglio un’asticella che non c’è più; mi capita di spingere un invisibile ponte per sollevare gli occhiali sul naso come se fossero scivolati giù; mi accade di portare la mano all’orecchio per togliere occhiali inesistenti.
    Mi sento come quegli infortunati che, pur avendo perduto una gamba, avvertono ancora permanere la sua sensibilità. Sindrome dell’arto fantasma, lo chiamano. Analogamente, io, temo, soffro della sindrome degli occhiali-fantasma.
    Mi si dice che è un fatto transitorio, che passerà e che presto potrò godermi con tranquillità un bel panorama in tutta la sua interezza, senza i limiti visivo-spaziali imposti dall’uso degli occhiali.
    Forse. Ma intanto mi rendo conto di essere come nuda, fragilmente esposta, e defraudata. Defraudata di una parte importante, costruita inconsapevolmente negli anni, del mio linguaggio mimico-gestuale.

     Il ragazzo sta davanti a me a giustificarsi. Lo guardo, faccio scivolare giù fino alla punta del naso gli occhiali; lo fisso al di sopra della cornice degli occhiali. Ripiombo nella nebulosa della mia miopia. Ma non importa. Non ho bisogno di “vedere”. Ho avvertito nella sua voce qualcosa di forzato, di falso. E senza pronunciare un suono, io e i miei occhiali scivolati gli stiamo dicendo: “Ma davvero!? Tu pensi seriamente che possa bermi questa balla spaziale?” E lui comprende, abbassa gli occhi e, in preda all'imbarazzo, strofina i piedi sul pavimento.

    “Zia, tu hai mai detto a qualcuno una verità di cui ti sei poi pentita? e bisogna dire sempre la verità anche se sai che essa farà male alla persona cui la dici?” Gli occhi dei miei due nipoti mi guardano fissi, inchiodandomi a quella domanda che esige una risposta non superficiale, né frettolosa. 
    Tolgo gli occhiali, cerco la pezzuola apposita e li pulisco per bene. Poi li poso lentamente, con circospezione, sul tavolo. Mi strofino gli occhi e porto le mani giunte davanti al viso. Sto prendendo tempo, consapevole che quella risposta potrebbe orientare i loro comportamenti futuri. E intanto rifletto, girovagando in un mio spazio mentale, in cerca delle parole giuste. 
    I due ragazzi, sagome indistinte dentro una nebbia rarefatta, aspettano pazienti.
     
    E adesso? Come farò adesso? Dovrò reinventarmi nuove forme di espressione? Non ne sarò capace. Non si può sostituire dall’oggi al domani un linguaggio, il “mio” linguaggio, cresciuto e consolidato in decine di anni.
    “Compra un paio di occhiali da sole!” mi dice qualcuno.
    Bene. Questo mi sembra un consiglio più sensato, facilmente attuabile e che non toglie nulla alla Kriss che io ero, che io sono.
    Degli occhiali grandi, come quelli che portavano qualche anno fa le dive del cinema, come li ho sempre desiderati; occhiali che la miopia per anni mi ha negato. 
    È  ora che realizzi il mio desiderio.
    E, cosa più importante, potrò continuare ad esprimermi, “giocando” coi miei occhiali.

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    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

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    Buona notte ai nottambuli

    • Buona notte alle neomamme che si alzano dal letto mille volte in preda all’ansia, per controllare il respiro del loro bimbo;

    • buona notte agli uomini e alle donne che, delusi dai loro stessi sogni e desideri, si trascinano per strada cercando di fuggire da sé stessi e da quello che sono stati; 

    • buona notte a chi, con occhi gonfi di sonno interrotto e un rallentatore nella mente, inizia il suo turno di lavoro sorridendo all’immagine dei figli dormienti impressa nella memoria;

    • buona notte ai viaggiatori della notte, a quelli che affrontano sui grossi TIR le avventure notturne, a quelli che conoscono o riconoscono stazioni maleodoranti, odori e rumori, voci e cadenze e si lasciano cullare dal familiare ritmico sferragliare del treno. E accettano il caffè, imbevibile  eppure confortante, di improvvisati baristi ambulanti;

    • buona notte a chi al sicuro della sua casa, fermo dietro il vetro della finestra, nella nuvola di fumo dell’ultima sigaretta  insegue un altrove o il sogno di una vita diversa;

    • buona notte a chi nel buio serra inutilmente gli occhi, per poi cedere e riportarli ancora sul quadrante dell’orologio, sperando che le lancette lo abbiano avvicinato un po' di più all’alba;

    • buona notte a chi, chino sui libri, promette a sé stesso ancora una volta “solo un’ora di studio, poi smetto”, e intanto la mente è già protesa alla prova del giorno dopo.

    • buona notte a chi davanti ad uno schermo piatto con la sola compagnia di un rassegnato mouse, in attesa di un sonno che non arriva, va vagando nell’intricato labirinto della sua mente inquieta.

     Buona notte, nottambuli!!


    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

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    modificato 24.03.2021
    Un insolito regalo di compleanno 

    Il messaggio giunge tramite e-mail e mi coglie del tutto impreparata. “Mina M. ti ha regalato un albero. Non ci credi? E invece è vero e tu devi solo ritirarlo. E’ facilissimo. Vieni su Treedom e scopri come fare.
                                                                            Green wishes
                                                                       Your friends at Treedom”

    Davvero?! Certo che vengo. Come potrei non farlo?
    Così scopro di essere proprietaria in Kenia di una grevillea robusta. A dire il vero, al momento sullo schermo vedo solo un virgulto, con piccole foglie verdi lobate, simili a quelle della felce. Leggo che un contadino si prenderà cura di quel virgulto e lo assisterà nella sua crescita.  
    Sono un po’ delusa. Vorrei sapere cosa diventerà quella piccola zolla verde raccolta nelle mani unite a coppa. 
    Grevillea…. grevillea…. eccolo…. grevillea robusta albero (Google non delude quasi mai). E’ altissimo, con ramificazioni modeste, foglie di un intenso verde e argento e vistose infiorescenze giallo-arancio.

     

    Non mi è nuovo. Questo albero, l’ho già visto ornare i bordi di molte strade del Mezzogiorno d’Italia tanto da meritarsi il nomignolo di “albero di strada”.
    E c’è un perché:
    “ Piantato spesso a bordo strada, questo albero sopporta anche il traffico dell'ora di punta e in 10 anni è capace di assorbire anche 800 kg di CO2” Vale a dire che ingoia 800 kg della detestabile anidride carbonica, prodotta da sostanze inquinanti.
    Continuo a leggere:
    La Grevillea robusta raggiunge altezze di 12- 25 metri; i fiori sono di un giallo vistoso e ricchi di un nettare che attrae le api stimolandone l’integrazione con l’ecosistema e favorendo l’impollinazione delle piante. Viene utilizzata anche come pianta frangivento e consente la formazione naturale di humus mantenendo l’umidità e migliorando la qualità del suolo."

     
    Ritorno alla pagina della MIA grevillea.
    Leggo che avrò la possibilità di seguire nel tempo la storia del MIO albero, crescita ed evoluzione, consultando una sorta di diario; che il suo nome, grevillea, ha il significato di “pazienza” e infine che quella piccola zolla di terra e foglie porterà il mio nome.
    Il mio nome!!! Sono stupita, divertita, emozionata. Una Kriss keniota in formato arboreo! E d’improvviso la mia immaginazione prende le ali e come in un film fantasy sento i miei piedi penetrare nel terreno, cercare avidamente le sostanze nutritive, dividersi in cento sottili ramoscelli e diventare filamenti e radici e affondare giù con bramosia di possesso; vedo le braccia protendersi verso il cielo e vestirsi di scorza biancastra e lunghi nastri verdi. E il mio corpo, ormai tronco sottile e robusto, sorreggere gentilmente la chioma che si offre ai raggi solari, in una sinfonia di fruscii e colori. Una metamorfosi. Kriss come Dafne, la bella ninfa amata da Apollo e da lui trasformata nell’albero di alloro. Un brivido di emozione.
    Non sono sola. Ci sono anche Barbara, Danilo, Giorgia, Serena, Francesco, Valentina Giulia e tanti altri. Nomi che sono un embrione di foresta. Una foresta che, una volta cresciuta fino al significato che le appartiene, potrebbe restituire respiro al nostro pianeta, e donare tanta aria pulita ai nostri polmoni.
    Una volta, secoli fa, la natura era celebrata in quanto “datrice di vita”, generosa madre di frutti e di risorse, nutrice di uomini e animali, musa ispiratrice per artisti e poeti.
    Poi venne il “progresso”. E in nome di quel progresso, la natura è stata sventrata, defraudata, offesa, deturpata. Il progresso ci ha reso barbari.

    Ritornano gli occhi alla schermata aperta sul p.c. e il pensiero alla realtà di Treedom e a Barbara- mango, ad Emanuela- papaya; a Valentina-leucaena…. 
    E d’improvviso mi rendo conto che questa iniziativa mette in atto quasi un ribaltamento di ruoli. Quei nomi, e le persone che li portano, sono, nei confronti della natura, inconsapevoli fattori di un atto creativo, ricostruendo quanto gli uomini hanno distrutto: collaborano alla rinascita di un territorio, seminano verde in aree aride o sabbiose, promuovono l’economia di un territorio scarso di opportunità, liberano ossigeno nell’aria, e restituiscono all’ambiente naturale la sua bellezza e la sua funzione primaria.
    Sapere di avere una piccola parte in questo processo mi regala una bella sensazione.

    Grazie, Mina.

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    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 09.05.2021
     Vivere al tempo del coronavirus

    La mia Pasqua 2021

    “Buongiorno e buona domenica delle Palme”. Il saluto mattutino di una mia coalleata mi coglie di sorpresa. Domenica delle Palme? Di già? Siamo alla vigilia di Pasqua? E automaticamente guardo il calendario. La scritta 4 Aprile – Domenica di Resurrezione in un rosso vivace balza agli occhi. E in quel momento mi rendo conto che sono trascorsi dei mesi da quando non ho più guardato il calendario, né la mia agenda. A che scopo? Nulla da programmare, nulla da ricordare, nulla da preventivare. Ho rimandato ogni azione o decisione, al “dopo”. Dopo la vaccinazione, dopo che la pandemia si sarà placata, dopo che avremo riacquistato libertà di movimento. E questo “dopo” imprecisato, non collocabile in una scadenza ben definita, pone il mio vivere in un eterno presente. Perché, se il tempo cronologico scorre come sempre, il tempo soggettivo sembra porre un apatico tran-tran all’interno di un percorso circolare, che si avvolge su sé stesso, come un vortice d’acqua che mulina attorno allo stupido covid19. E non c’è nulla che sfugga al vortice: il covid agisce da buco nero, attirando a sé e ingoiando tutto ciò che è stato ed è nutrimento vitale dell’esistenza umana: lavoro, cultura, svago, contatti sociali, politica, viaggi, vacanze, studio, benessere, salute.
    E a dispetto del vivere soggettivo, pure il tempo, quello cronologico, scorre e il calendario fa il suo dovere; giunge infine anche la vigilia di Pasqua. Telefonate, auguri… Auguri che avverto dentro di me come vuoti convenevoli che si stemperano nelle notizie più impellenti sulla pandemia e suoi corollari. “ Come va da voi?” “Di nuovo zona rossa?” ”Hai fatto il vaccino anticovid?”

    Mi telefona da Londra un mio nipote: “ Ciao zia! Christòs anèsti!  (=Cristo è risorto”). La voce squillante e gioiosa che pronuncia la formula ortodossa di auguri pasquali appresa da mia madre per un attimo mi commuove.
    Dovrei rispondere, come vuole la tradizione, “Alithòs anèsti (= veramente è risorto!)”, ma non riesco a farlo. L’espressione, al momento, suona insincera e vuota; non trova una eco dentro di me. E le frasi di pura circostanza non hanno mai fatto parte del mio parlare.
    Davvero Cristo è risorto? Dove? Quando? Davvero è avvenuto il passaggio dalla morte alla vita? Dal buio alla luce?

    Quella stessa sera, baloccandomi col telecomando, scopro un canale dove si trasmette un vecchio e famoso film di De Mille, I Dieci Comandamenti; film che ha lasciato nella mia memoria tracce di quello stupore infantile, misto ad orrore e ad una vaga percezione del mitologico, provato la prima volta che l’ho visto.  
    La scena che va in onda è quella della spartizione delle acque. La voce profetica, tonante, di Charlton Heston, che si erge possente sulla riva, invoca Dio e separa l’acqua del mar Rosso in due parti per permettere al popolo ebraico in fuga dal faraone di raggiungere l’altra sponda. Fra due mura di acqua, gli ebrei percorrono il corridoio di terra miracolosamente asciutto; si incitano l’uno con l’altro, aiutano a spingere i carri, si cercano perché nessuno rimanga indietro, sorreggono i più anziani. Un bambino dallo sguardo smarrito è seduto a cavalcioni sulla nuca del padre. Il nemico, il drappello dei soldati egizi, è vicino. Fuggono di corsa, gli ebrei, cercando di raggiungere la salvezza ormai a pochi metri da loro. E infine il grido di esultanza, mentre alle loro spalle con grande fragore le due mura crollano coprendo d’acqua il corridoio della salvezza.
    Mentre guardo con rinnovato stupore la scena- e intanto sorrido di me per quei persistenti residui di emozione infantile, sopravvissuti alla maturità razionalizzante degli anni- un pensiero comincia a formarsi nella mia mente: questa sequenza potrebbe essere assunta come rappresentazione immaginifica, e metaforica insieme, della fase che stiamo attraversando. Un nemico ci incalza dappresso, cercando di raggiungerci, mentre noi corriamo lungo un corridoio fatto di tamponi, di vaccini, di misure restrittive, di isolamento, di divieti, tutti consapevoli che se non facciamo presto e bene non potremo evitare né l’assalto del nemico covid, né il crollo del sistema e il fallimento sanitario, economico, sociale del nostro Paese.
    Dall’altra parte del guado c’è la salvezza dal contagio, la libertà, il lavoro, gli amici……la vita di prima. O qualcosa che le somigli.
    Il passaggio del Mar Rosso, sappiamo come è andato a finire.
     E se c’è qualcosa di vero nei corsi e ricorsi storici- mi dico cercando rassicurazioni- riusciremo anche noi a percorrere il corridoio della salvezza fino al traguardo finale. E allora sarà il momento di salutare con gioia la  Pasqua, di gridare “Alithòs anèsti” e di festeggiare il ritorno alla luce e alla vita.

    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 13.07.2021
    Cafoni e cafoni

    La fila davanti allo sportello sembrava interminabile.
    La stanza, molto ampia, era spoglia e anonima. Sulle due pareti laterali erano appoggiate file di sedie di un colore verde slavato, concatenate l’una all’altra. Su un paio di esse stavano seduti stanchi corpi sbilenchi di anziani dagli occhi fissi nel vuoto, ad inseguire chissà quali immagini o pensieri.
    Sulla porta di ingresso un gruppo di persone parlava animatamente. Ricordo che pensai: “Mi sembra di essere alla stazione”. Se fosse l’atmosfera di perenne attesa o la sensazione di ingoiare, col proprio respiro, un’aria polverosa e stantia, non saprei dirlo.
    Gettai per l’ennesima volta un’occhiata al grande orologio, appeso al muro al di là della vetrata di separazione. Gli operatori dell’ASL protetti dietro il vetro, chiamavano i presenti col microfono, attraverso il classico numeretto entrato ormai di prepotenza nella prassi degli uffici pubblici; la persona di turno si faceva avanti e con lei avanzava anche la fila.

    Dopo un tempo che mi parve infinito venne il mio turno. Tirai fuori dalla borsa i documenti e li passai all’impiegata attraverso la stretta fessura che stava alla base della vetrata di separazione. “Ecco a lei, signora. Avrei bisogno…..” Non riuscii a finire la frase. D’improvviso sul mio fianco sinistro si materializzò un uomo che, senza pronunciare una parola, si inserì rapido, appoggiò il gomito sul bancone e, spingendomi bruscamente fuori dalla fila, iniziò a parlare con l’impiegata. Questa, costernata, volgeva lo sguardo ora a me ora al nuovo venuto, senza decidersi cosa fare. Anche io lo guardai stupita per qualche attimo. Il brusio di protesta che si levò alle mie spalle mi scosse e mi sollecitò a farmi portavoce dello scontento generale. “Scusi, signore, ma prima c’ero io. C’è un turno da rispettare.” Lentamente volse il capo verso di me. Indugiò per un attimo sul mio viso, ma lo sguardo, completamente inespressivo, vuoto, fissava, così mi parse, un punto imprecisabile al di là di me; poi, senza una parola, volse di nuovo la sua attenzione verso l’impiegata.
    Trattenni il fiato. Quell’uomo non aveva sentito una parola! Forse non mi aveva neppure vista. O mi aveva vista e sentita, ma non gliene importava nulla. Nel primo e nel secondo caso io per lui non esistevo. Ero poco più di una mosca fastidiosa.   
    “Signora, non stia lì impalata! Faccia qualcosa!” La voce mi giunse dal fondo della fila da un uomo mingherlino, la faccia rotonda e un paio di baffetti alla Clark Gable. Certo, avrei dovuto fare qualcosa! Ma COSA?
    La maleducazione mi coglie sempre impreparata, e questa mia impreparazione si traduce il più delle volte in un senso di inadeguatezza davanti alla situazione da risolvere.
    Mi chiesi, per un attimo, se il suo comportamento sarebbe stato lo stesso, se al posto mio avesse trovato un uomo. E quel “no” immediato di risposta che da qualche parte giunse alla mia coscienza mi rese ancora più furiosa. Avrei voluto picchiarlo. Invece mi limitai a fissarlo. L’uomo era alto, molto più alto di me, corpulento e vigoroso. Sulle spalle larghe indossava un giubbotto di pelle che lo rendeva ancora più massiccio, quasi minaccioso. E aveva addosso almeno trenta chili più di me. Questa sua mole montana, che, ne sono certa, lo rendeva sicuro della sua inattaccabilità e di una prepotenza non contestabile, lo rese ai miei occhi ancora più odioso.
    Rinunciai all’incontro di boxe esploso solo nella mia immaginazione e trassi un profondo respiro. Di emozione soffocata. Di controllo autoimposto.
    Il brusio alle mie spalle si trasformò in un brontolio tempestoso. Mi volsi e feci un gesto, appena un cenno. Di impotenza, di rabbia, di furiosa rassegnazione. 

    (continua)

    Post edited by kriss47 (IT1) on

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  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 18.07.2021

    Cafoni e cafoni   (seconda parte)

    Appena uscita dal supermercato, fui investita dall’afoso alito di luglio. Mi affrettai verso la mia auto posteggiata nella piazzetta, trascinandomi, oltre alle due borse della spesa, le mie due bimbe di tre e quattro anni. “Coraggio- mi rincuorai- fra mezz’ora sarai a casa”.
    Trovare la macchina bloccata da una Panda bianca posteggiata in seconda fila fu una doccia fredda. Per prima cosa, misi i due sacchi dentro il bagagliaio e feci salire le due bimbe. Poi iniziai a suonare il clacson sperando che il proprietario fosse nei dintorni e accorresse. Passarono 10 minuti. Le bimbe intanto trovarono il pretesto per litigare e lamentarsi. L’auto era rovente. Le feci scendere. Ed ecco che alla bimba più grande venne l’idea grandiosa: voleva, seduta stante, il bagno perché “mamma, davvero, non ne posso più. Mi scappa”. E naturalmente ebbe l’immediata solidarietà della sorella “Anche a me”. Le mie figlie sono sempre state ben determinate e non ebbi alcun dubbio che alle parole facessero seguire i fatti. Dunque corsa al supermercato e ricerca di un bagno. Poi il gelato e un orribile polipo di gomma dagli occhi stralunati. Un mostro alieno. Le due diavolesse avevano capito che ormai mi avevano in pugno e che, in quell’occasione, da me potevano ottenere qualsiasi cosa. Erano passati almeno altri 20 minuti. Pregai mentalmente che la Panda fosse sparita. E invece la trovai ancora lì, beffarda e stralucente sotto il sole. Trascorsero altri 10 minuti, quando finalmente si fece vivo il proprietario. “L’aspetto da più di mezz’ora” gli dissi a mo’ di rimprovero. E l’arrogante:” Ne sono lusingato, signora” e con un sorriso tirò fuori dall’elegante borsello le chiavi. “Se lei fosse capace di leggere nei miei pensieri, sarebbe meno tronfio e impallidirebbe, glielo assicuro” ribattei, furiosa.
    L’educazione ricevuta e la mia formazione mi impedivano di ricorrere agli insulti, ma, giuro, quella volta avrei derogato più che volentieri alle mie idee. E mai come in quel momento ebbi comprensione per i miei ragazzi preadolescenti e per le loro violente reazioni a forme di ingiustizia e di prevaricazione.

    Mentre mi dirigevo verso casa, viaggiando di pensiero in pensiero, presi consapevolezza di quale epidemia distruttiva sia in grado di propagare la maleducazione. Non soltanto la maleducazione è atto di prepotenza, una vera e propria violenza che si impone agli altri facendosi beffe dei loro diritti e delle regole proprie di una convivenza civile; la sua maggiore forza, latente e pertanto più devastante, consiste nel potere di proliferarsi, di diffondersi esattamente come una malattia contagiosa. Il maleducato corrode nella sua vittima la fiducia nell’ordine del suo mondo, la sicurezza in sé stessa e la induce a rispondere a sua volta con la maleducazione, con gli insulti, con forme di aggressività. E la rende un po’ più simile a sé.

    (continua)

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  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 10.02.2022
    Cafoni& Cafoni ( terza parte)

    Un uomo, in viaggio con la famiglia, si ferma ad un posto di ristoro. Cerca un tavolo all’interno del locale, ma i posti sono tutti occupati. Non rimane che sedersi ad uno dei tavolini collocati all’esterno. E’ una giornata ventosa, un po’ fredda. Ma la famiglia non intende fermarsi a lungo. Il tempo di mangiare un hotdog. L’uomo va all’interno del locale per fare l’ordine. Bisogna pagare in anticipo, lo avvertono. Bene. Pagamento eseguito.  
    Dopo 25 minuti gli hotdog non sono ancora arrivati.
    “Che fine ha fatto l’hotdog di mio figlio?“ chiede allegramente l’uomo rientrando all’interno col figlio di cinque anni.
    La proprietaria, occhi truccati e fulmini nello sguardo, si appoggia con tutto il suo peso nel bancone e sporgendosi in avanti abbaia:
    “Ci sono altri due tavoli prima di voi e qui si cucina sul momento”.
     Per farla breve, dopo un’ora, arrivò al tavolo un hotdog triste e bruciacchiato. Degli altri, neppure l’ombra. Il nostro avventore entra di nuovo per avanzare le sue rimostranze. A questo punto i toni diventano più accesi. Non si parla. Si urla, cercando l’uno di sovrastare con la voce l’altro. L’uomo chiede la restituzione della somma pagata, la donna lo caccia dal locale in malo modo gettandogli in faccia le monete del pagamento effettuato. L’uomo va via furioso, disorientato, tremante di indignazione.
    Per un hotdog!!! Cosa era successo? Come aveva potuto permettere che si arrivasse a quel punto?

    Un qualsiasi uomo, cui fosse accaduta una vicenda simile, presumibilmente avrebbe rivissuto per qualche giorno la scena con un po’ di rodimento interno e avrebbe finito con l’assillare, raccontando l’episodio, colleghi d’ufficio, familiari, il portiere, il barista del caffè all’angolo della strada, il giornalaio. E alla fine, esausto dei mille racconti e dei mille commenti fatti e ricevuti, sarebbe giunto al giorno fatidico in cui avrebbe accantonato nella cantina della memoria il torto subito, la maleducazione, la rabbia e il ricordo della faccia alterata della donna che lo sbatté fuori dal locale.
    Ma il protagonista dell’episodio narrato non è un uomo qualunque. È un giornalista, ed è anche uno scrittore, e un umorista. Ed è soprattutto una persona curiosa, incline, per professione e per indole, a farsi delle domande e a cercare risposte.
    Il suo nome è  Dennis Wallace. 

    (continua)
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  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 17.06.2022
     Cafoni & Cafoni
    continua
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  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 17.06.2022
     Cafoni $ Cafoni

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  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 17.06.2022
    Dedicato ad un'amica

    Avanza la notte con passo leggero, 

    distende sul mondo un cielo nero.

    Segue la luna bianca e maestosa,

    sgombra le ombre gentile e pietosa,

    e recando conforto alle umane genti

    accende qua e là le stelle lucenti.

     

    Scoccan le ore, taccion i clamori

    Salgon da ogni dove del silenzio i rumori

    di giorno inudibili, di notte un concertino:

    il gorgoglio di un fiume vicino

    il “miao” di un gatto salito sul tetto,

    il gocciolio incessante di un rubinetto;

    di un cane ferito la corsa fugace

    dalle lotte notturne, in cerca di pace.


    Sulla via, una bici sbilenca arranca

    E sopra una figura vecchia e stanca;

    bianca la barba, un costume fiammante,

    gli occhi buoni, la pancia abbondante.

    E’ Babbo Natale! Nessuna incertezza. 

    Pedalare in bici è la stranezza.

    “Cosa?! Le renne? Son tutte a riposo.

    Senza lavoro, il giorno scorre noioso.

    Sono novax e contrari al tampone.

    Nessuno metterà mano al loro nasone. 

    Perché le renne hanno orgoglio, si sa;

    non rinunciano alla loro dignità.”


    Intanto il vecchio avanza col sacco

    Ove nasconde un unico pacco. 

    “Ma guarda un po’, se alla mia età

    il rider moderno me tocca fa’ .

    Colpa di un quiz malaugurato

    che sulla bici m’ ha collocato.”

    Guarda la mappa, Babbo Natale;

    la sua meta: un lontano casale.

    Vi dimora una bella donzella,

    troppo operosa, per niente tranquilla.

    Vuol essere acqua, vuol essere fuoco;

    A bruciare il mondo ci mette poco.


    A lei giunge in dono una bestiola;

    un peluche, un fenicottero viola;

    il colore del sogno, della poesia

    che accende i sorrisi e la fantasia.

    “Non vola il peluche, ma porta fortuna,

    siine certa, lo promette la luna,

    benigna dea degli umani eventi.

    E lo conferman le stelle lucenti.

    Dimentica l’acqua, dimentica il fuoco

    Guarda al mondo come a un bel gioco.

    Il bello e il buono fan capolino

    Anche laddove è ostile il destino”.


    Promessa mantenuta.

    Non mi resta che augurarti un buonissimo Natale: una tavolata golosa, un allegro caos di risate e di abbracci, il la gioia dipinta sul viso di chi ami, luci nel cuore e……basta.

    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

  • lupo de lupi (IT1)lupo de lupi (IT1) IT1 Post: 3
    modificato 18.06.2022
    BRANDELLI DI CUORE

    Un grande aquilone, intessuto con brandelli di cuore
    strappati dai quotidiani cerberi, erra senza pace
    alla ricerca della coscienza del dilaniato cuore.
    Sospinto da venti gelidi, tra cupe nubi
    prodrome di veementi strali, folgori feroci
    che senza coscienza e ne misura alcuna feriscono la madre.
    Pur scevre di scelleratezza, ugualmente colpiscono il grembo di colei
    che con metamorfica genesi diede loro forma
    e forma diede ai venti, ora lievi, ora brutali
    che lo sospingono dove il destino decide.
    Invidioso di essere condotto da chi non può essere imbrigliato
    da chi non può essere comandato e non può essere comprato
    fiero vettore che si manifesta quando più gli aggrada
    e allo stesso modo, senza preavviso se ne va.
    Osannato....quando brezza leggera porta refrigerio
    o sospinge la vela che altrimenti sarebbe persa in alto mare.
    Maledetto....quando bufera, tormenta o uragano
    distrugge vite e sogni di vita, costruiti per vite intere.
    Sarà cosi che l'aquilone intessuto con brandelli di cuore
    giungerà alla fine del suo viaggio...
    forse non alla meta, ma dove il destino ha deciso, lui si...
    con ferma coscienza dall'esperienza donata...
    di lasciare a chi tiene i fili degli aquiloni...
    l'illusione di essere i padroni del vento.
     
                                                                                                          il lupo

      . se la poesia fosse un morbo...saremmo tutti più sani.
    Post edited by lupo de lupi (IT1) on
  • lupo de lupi (IT1)lupo de lupi (IT1) IT1 Post: 3
    modificato 21.06.2022
    La televisione...
    ...il televisore...
    lo accendi e dovrebbe farti compagnia
    invece mi fa rabbrividire...
    immagini orribili di azioni che mai avrei creduto un essere umano potesse commettere...
    in nome di quello che dagli albori dei tempi ha avuto nomi più disparati...
    crociate...colonizzazione...conquista..desert storm...che conducono ad un unico denominatore...GUERRA...!
    Questa cosa atroce dove non vince chi ha ragione , ma chi è più forte e impone la propria ragione.
    Soldati che danno la loro vita, chi per proteggere, chi per attaccare...
    e c'è chi da la propria vita e basta senza combattere...
    i civili...madri e figli inermi falciati dalla nera signora che su di loro non aveva alcuna mira...
    è alle mamme e ai loro bambini che va il mio pensiero...le mie lacrime...il mio dolore...la mia preghiera...
    Preghiera di un domani in cui questo orrore possa lasciare il posto alla vita.

    la mia preghiera sarà la poesia di una donna meravigliosa, che dello scrivere ha fatto la propria vita...
    una poesia scritta per una delle tante Guerre, ma che si rispecchia in ognuna di loro....

                                                                                                                   il lupo

    NINNA NANNA DELLA GUERRA

    C'era una volta una città che si chiamava Gaza.
    Le città hanno sempre un nome e un terra.
    Ma a Gaza la terra era una specie di terra promessa.
    Doveva diventare un giorno una città della nuova Palestina.
    Una terra promessa, insomma, ma non quella degli Ebrei,  quella dei Palestinesi.

    A Gaza vivevano abitanti e bambini dai capelli scuri e dagli occhi neri, che tutti chiamavano arabi.
    I loro vicini erano abitanti con gli occhi neri e dai capelli scuri che tutti chiamavo ebrei.
    Tutto il mondo però diceva che erano diversi tra loro perché si facevano la guerra.
    La guerra per una terra promessa.
    I bambini arabi e i bambini ebrei nascevano che già c'era la guerra,
    diventavano grandi e andavano in guerra,
    avevano bambini che andavano in guerra e nipoti che avrebbero fatto la guerra.
    Ecco, la guerra era la loro vita.

    Ma facevano la guerra perché volevano la pace.
    Tutto il mondo diceva che bisognava farli stare in pace!
    Ma la ricetta della pace non ce l'aveva nessuno.
    Perché per far la pace bisogna parlare.
    E li non parlava nessuno.
    E poi la pace bisogna volerla nel cuore.
    E' la pace la vera terra promessa.
    E il colore della pace è il colore della gioia, della parola.

    ...il colore della guerra è solo il colore della morte.
    Della notte piena di bombe e di bambini che piangono forte.
    Perché le bombe della guerra non uccidono solo i soldati,
    ma anche i vecchi, le mamme e i bambini.
    Arrivò un giorno che le bombe caddero  all'improvviso dal cielo.
    E uccisero tanti bambini. Bambini arabi. Con gli occhi neri e i capelli scuri.
    Uccisi dai soldati ebrei. C on gli occhi neri e i capelli scuri.

    Nella citta di Gaza, tra il fumo, si sentiva il pianto delle madri.
    Era un pianto che dalla terra promessa arrivava al cielo.
    E le madri dei bambini vivi, raccontavano che quella era una ninna nanna.
    La ninna nanna della guerra. Una ninna nanna senza parole, ma uguale per tutte le mamme.
    Per tutte le mamme di Gaza, per tutte le mamme in guerra.
    Se avesse avuto le parole...forse sarebbero state queste...

    NINNA NANNA DELLA GUERRA 
    PORTA PACE ALLA MIA TERRA

    NON TOCCARE IL MIO MAMBINO
    CHE ORA DORME QUI VICINO

    NINNA NANNA SENZA TEMPO 
    VAI VELOCE COME IL VENTO

    PORTA UN BACIO AL MIO BAMBINO
    VAI NEL CIELO, E' LI VICINO

    NINNA NANNA DELLA GUERRA
    NINNA NANNA SENZA TERRA

    NINNA NANNA DORMI IN PACE
    NINNA NANNA E' LA MIA VOCE

                                                                                              (   Luisa Pestrin  )

  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 04.07.2022
    Una giornata "no"

    Ci sono giorni che scorrono senza scosse, in un monotono tran tran, punteggiato da impegni programmati e abitudini scolpite negli anni.
    La quotidianità è un ruscello che scivola flemmatico lungo il suo canale di pietra, ora aggirando con sicurezza il masso sporgente sopra la superficie dell’acqua, ora saltellando allegro tra fossi e canneti verso la sua meta. Giorni tranquilli, rassicuranti, prevedibili. E tu pensi: così deve essere.
    E poi…. Poi ci sono i giorni “no”, i giorni dell’incertezza, dei dubbi, dell’autoanalisi spietata e demolitrice. Sono i giorni in cui ti rendi conto di avere fatto il tuo percorso di vita sul red carpet dell’eternità, nella convinzione di avere davanti a te tutto il tempo del mondo, da piegare ai tuoi sogni e ai tuoi desideri, tutto il tempo per dipingere il tuo capolavoro nel cielo e lasciare la tua traccia nel mondo.
    Ma a volte basta poco, un nulla, e il tappeto rosso svanisce. Altre volte sono il tuo viso e il tuo corpo che mandano le avvisaglie di un tempo ormai logoro e stanco. L’Eterno non è più alla tua portata e i sogni accarezzati per tanto tempo si sfilacciano, come un vecchio abito liso .
    Che cosa hai fatto di te? Come hai potuto permetterlo? Quando hai cominciato ad abbandonare quella te che camminava sul tempo a passi di danza?
    E le due te, quella della memoria, e questa di oggi si osservano e si misurano in un confronto dolente e pieno di rimpianti. E ripiegata su te stessa, lasci che il sole si offuschi, che la tempesta penetri dentro di te avvolgendoti in un vortice di furiosa tristezza.
    E mentre stai a rimuginare su occasioni perdute, scelte trascurate, opportunità sottovalutate, capita di incontrare una poesia. Una poesia semplice, nelle immagini e nelle situazioni evocate. E leggendo, hai un sobbalzo. Perché quella poesia è una realtà a te familiare, è il tuo vissuto, è la te di oggi che anno dopo anno il tempo ha plasmato.

    E. Hemingway

    Tu non sei i tuoi anni

    Né la taglia che indossi

    Non sei il tuo peso

    o il colore dei tuoi capelli,

    non sei il tuo nome

    o le fossette sulle tue guance.

    Tu sei tutti i libri che hai letto,

    e tutte le parole che dici,

    sei la tua voce assonnata al mattino,

    e i sorrisi che provi a nascondere,

    sei la dolcezza della tua risata,

    e ogni lacrima versata,

    sei le canzoni urlate così forte,

    quando sapevi di esser tutta sola,

    sei anche i posti in cui sei stata

    e il solo che davvero chiami casa,

    sei tutto ciò in cui credi,

    e le persone a cui vuoi bene,

    sei le fotografie della tua camera

    e il futuro che dipingi.

    Sei fatta di così tanta bellezza

    ma forse tutto ciò ti sfugge

    da quando hai deciso di essere

    tutto ciò che non sei.

     






    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

  • LE DUE GOCCE

    Vi è mai capitato di incontrare una persona e capire fin dalle prime parole capire che c'è 
    un'affinità di vedute, di comportamenti, che più prosegue la conoscenza e più ti viene  da pensare
    di essere gemelli siamesi divisi alla nascita...?
    Due gocce d'acqua...identiche anche se l'acqua proviene da due posti lontani tra loro.
    Quando le due persone sono di sesso diverso , allora le due gocce d'acqua sono una rosa e una azzurra.
    E se le due gocce si uniscono non esce il colore che abbiamo imparato a scuola,
    ovvero il lilla o il glicine....
    il calore del loro incontro le fa evaporare in un arcobaleno di colori
     che contiene ancora molti più colori di quelli dell'iride...
    perchè sono i colori delle emozioni e delle sensazioni,
    sono i colori che danno alla vita quel significato che la rende piena e gioiosa,  scanzonata, leggera, frizzante
    e ti dà l'impressione di essere tornato ragazzino, quando bastava poco per essere felice
    e la vita ancora non ti aveva segnato ...
    la mente vola, da spazio a tutta la tua fantasia, le due gocce d'acqua sono elettricità , 
    luce che si espande in dimensioni che la ragione non capisce
    ed è costretta a chiedere al cuore cosa succede.
    si librano in questo caleidoscopio finchè si raffreddano
    fino a ritornare ad essere di nuovo due gocce d'acqua, una rosa e una azzurra...
    nei luoghi lontani dove è la loro sorgente e dove vivono...
    tornano ad essere quella goccia d'acqua che gli stà accanto nemmeno nota.


                                                il lupo

    "  CARNALI "

    " Le chiamano carnali
    quelle persone
    che emotivamente ti danno tutto:
    anima, cuore, cervello.
    Quelle che una volta entrate nella nostra vita
    ti sconvolgono il tutto,
    quelle che le senti oltre la pelle
    fin dentro le ossa,
    quelle che della passionalità
    ne fanno ragione di vita
    quelle che se te ne innamori....
    beh, bisogna prima trovarne !
    Solo poi mi capirai...."

                         ( Fernando Pessoa )

  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 08.08.2022
    Giorni di Agosto
    E' una delle giornate più calde che finora Agosto ci ha inflitto. Voglia di far nulla, voglia dell'altrove e dell'insolito, di panorami aperti all'orizzonte, pieni di sole, di vento, di alberi. Pieni di bellezza. La fuga fuori da casa, con una temperatura di 39 gradi, è fuori discussione.
    Così mi sono ricordata di questo video; un sogno, un tuffo nel mondo pittorico ed emotivo di Van Gogh.
    Non scioglierà  l'afa, ma di sicuro per mezz'ora uscirò da questa stanza e avrò  il mio altrove.

    Post edited by kriss47 (IT1) on

    Molti di noi si portano dentro, da sempre, l'idea di un viaggio. Il mio è verso l'altro, l'altrove, l'oltre, fatto di letture, immagini, parole, musica, incontri, sorrisi; sogni e avventure della mente e del cuore.

  • “Se c’è una cosa che ho imparato sulla mia pelle è che tutto torna. Tutto torna indietro.
    Arriva il momento della restituzione e non importa dopo quanto tempo e come.
    Gli errori saranno riconosciuti come tali
    e i conti si pagheranno tutti.
    Sempre.
    Quindi, state attenti a dare tutto per scontato perché gli sconti, per certi conti, non esistono.
    E attenti anche a credere che si possa liberamente ferire senza mai esser feriti
    e a far piangere,
    senza mai piangere.
    Torna il bello e il brutto,
    il male e il bene, l’odio e l’amore.
    Tornano i silenzi
    e le parole di troppo.
    Torna il torto e la ragione.
    L’unica cosa per la quale non esiste restituzione e che non tornerà indietro, è il tempo.
    Quindi attenti anche a quello.
    Attenti a non perderne troppo.
    Attenti a non farlo scorrere inutilmente.
    Il tempo logora, arrugginisce, ridimensiona, raffredda,
    ma allo stesso tempo cura…”
         Claudia Venuti



                                                                        
  • kriss47 (IT1)kriss47 (IT1) IT1 Post: 5,760
    modificato 01.11.2022
     Libri che fanno bene
    In questi giorni sono sommersa di libri. Libri da proporre, libri da scegliere, libri da studiare, libri da conservare. E  credo anche qualche libro da eliminare. Accade raramente, ma accade.
    E mentre annego in mezzo ai testi sovrastata dai miei compiti lavorativi e non, decido di comprare un libro tutto per me, un lavoro di una mia conterranea, una sicula doc, conosciuta tempo fa in teatro in uno dei suoi monologhi di "filosofia divertente", dove in un linguaggio siculo-italico mescolava filosofia e quotidianità, il tutto condito di sorrisi, riflessioni, buon senso. 
    Non so cosa sperassi di trovarci, ma avevo la quasi certezza che quel libro mi avrebbe fatto bene. A volte succede.
    Quando il testo giunge nelle mie mani, lo guardo con attenzione, accarezzo le pagine, lo sento già amico. Leggo il frontespizio e la scritta sul dorso. E' una sorta di diario dell'autrice, un remember all'indietro del suo percorso di crescita.
    Infine lo apro, così, a caso. E  leggo:

    Il sorriso dei guerrieri
    Un sorriso è una tasca dentro la quale puoi nascondere il dolore.
    Per questo, i sorrisi più pieni sono
    mari in tempesta.
    ci puoi vedere bufere domate,
    battaglie violente, pezzi di sogni strappati, mani sospese,
    addii repentini, scarpe slacciate.

    Per ogni memoria perduta, il sorriso si inarca, per ogni strada
    interrotta,
    il sorriso risplende.
    Perché è a questo che serve sorridere:
    a ricordarci che ogni tristezza
    ci svuota delle sicurezze che avevamo per lasciarci la certezza
    che siamo più forti di ogni dolore.

    Non chiedere "come stai?"
    ma " Perchè stai ridendo?"
    E scoprirete insospettabili guerrieri
    che, su campi insanguinati,
    si fanno scudo con la gioia e combattono a sorrisi aperti tutta
    l'ingiustizia del mondo.

    Sorrido. Ritrovo, in queste parole, l'anima della sua autrice e la sua capacità di comunicare creando un rapporto di straordinaria empatia con i suoi lettori. Dopo avere letto una decina di pagine, ho la certezza che mangerò, quasi sbocconcellando, pagina dopo pagina, assaporando il suo modo unico di narrare, la saggezza delle sue riflessioni, la dolcezza dei ricordi, l'allegria delle follie adolescenziali, la poesia che pervade tutto il libro. E so già che non rimarrò delusa.

    Il testo riportato è in La felicità contromano di Sofia Muscato, Dario Flaccovio Editore

    1-11- 2022
    A volte capita di incontrare una persona brillante, di un brillio che sembra scaturire da dentro, che ti diverte e ti illumina e ti riscalda il cuore. E ascoltarla ti rende la giornata più allegra e positiva. Questa era Sofia Muscato, quando l'ho incontrata la prima volta. Perciò, forte di quella prima impressione, ho acquistato il suo libro. Una delusione. Rabbia e frustrazione.
    Non mancano pagine belle, rare, e scritte anche bene. Ma la maggior parte del libro è infarcita di linguaggio volgare, doppi sensi, e accumulo di citazioni, abilmente usate anche in gioco metaforico allo scopo di destare il riso. Per non parlare di pagine e pagine inutili, aggiunte, secondo il mio parere, per giustificare il costo del libro, 20 euro. Oggi non lo comprerei, anzi non lo vorrei neppure gratis.😠
     
    Visto che avevo citato l'autrice e il libro da cui era tratto il brano riportato, mi sembra giusto correggere l'introduzione positiva che ne avevo fatto. Insomma, per venire al dunque, non azzardatevi a comprarlo.  😥

    Post edited by kriss47 (IT1) on

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