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Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
modificato 07.12.2014 in Intrattenimento e divertimento
La leggenda della ninfa del Lago di Carezza

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Molti anni fa nel lago di Carezza viveva una ninfa di particolare bellezza che con il suo canto melodioso deliziava tutti i viandanti che salivano al passo di Costalunga.

Un giorno anche lo stregone di Masaré la sentì cantare e si innamorò della ninfa. Egli usò tutti i suoi poteri per conquistare la fatina del lago senza riuscirvi.

Così lo stregone chiese aiuto alla strega Langwerda che gli consigliò di travestirsi da venditore di gioelli, di stendere un arcobaleno dal Catinaccio al Latemar e di recarsi quindi al Lago di Carezza per attirare la ninfa e portarla con sé.

Così fece: stese il più bell’arcobaleno mai visto sino ad allora tra le due montagne e si recò al lago, ma dimenticò di travestirsi. La ninfa rimase stupita di fronte all’arcobaleno colorato di gemme preziose. Ma ben presto si accorse della presenza del mago e si immerse nuovamente nelle acque del lago. Allora non fu più vista da nessuno.

Lo stregone, distrutto dalle pene d’amore, strappò l’arcobaleno dal cielo, lo distrusse in mille pezzi e lo gettò nel lago. Questa è la ragione perché ancora oggi il lago di Carezza risplende tutti gli stupendi colori dell’arcobaleno, dall’azzurro al verde, dal rosso all’indaco, dal giallo all’oro.
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Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
( Niccolò Machiavelli )
~ ~ ~
E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
( George Orwell - "1984" )

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Commenti

  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 12.05.2014
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    Una bella leggenda proviene dalla Birmania dove esisteva, prima d’essere distrutto, un tempio sotterraneo denominato “Tempio dei Gatti”; al suo interno dimoravano cento gatti, tutti bianchi…

    I monaci Khmer avevano costruito questo tempio, situato nella zona di Lao Tsun, agli inizi del XVIII secolo. In seguito, i monaci Kittah lo dedicarono alla venerazione della statua in oro di una bellissima dea dai meravigliosi occhi di zaffiro, denominata Tsun–Kyan–Kse.
    Il suo compito era quello di prendersi cura della trasmigrazione delle anime.

    La statua della dea era sempre accudita da un monaco molto venerato e rispettato di nome Mun-Ha, che amava meditare lungamente davanti alla statua e che aveva come sua unica compagnia, un gatto bianco a lui fedelissimo di nome Sinh.

    In una terribile notte, dei briganti uccisero il religioso (che stava meditando dinnanzi alla dea), per portar via la statua d’oro e zaffiri. Nell’istante in cui sopravvenne la morte di Mun-Ha, l’amato gatto s’accucciò sulla sua testa e il suo pelo bianco si tramutò in un manto dorato come quello della statua. Gli occhi si colorarono con lo stesso blu dello zaffiro; le zampe, la coda e il musetto si tinsero di un bruno vellutato, come il colore della terra su cui la statua poggiava. Soltanto le parti a contatto con il monaco rimasero bianche, in ricordo della sua purezza.

    Il mattino successivo, tutti i gatti bianchi del tempio avevano subìto la stessa trasformazione del gatto Sinh e da allora non solo vennero tutelati, ma anche considerati sacri.

    Qualche tempo dopo, tutta la regione venne invasa dalle popolazioni indù che uccisero molti religiosi e occuparono la gran parte dei templi.
    Auguste Pavie e suo marito, il maggiore Russel Gordon, 118 presero le difese dei monaci Kittah aiutandoli a fuggire in Tibet. Fu proprio in quell’occasione che videro, per la prima volta, il Gatto sacro di Birmania venendo a conoscenza della sua storia.
    Nel 1919, quando i due fecero ritorno in Francia portarono con sè due gatti sacri, un maschio e una femmina, che avevano ricevuto in dono. Purtroppo durante il lungo viaggio il maschio morì, ma fortunatamente la gattina era rimasta incinta e, grazie ancora alla dea Bastet, la razza fu salva.

    Una credenza birmana vuole che quando muore un sant’uomo, il suo spirito si incarni in un gatto e che, solo alla morte dell’animale, lo spirito possa salire al cielo.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
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  • Nemain (IT1)Nemain (IT1) IT1 Post: 1,576
    modificato 12.05.2014
    Wei, un uomo rimasto sin dalla tenera età orfano di entrambi i genitori, proprio perchè rimasto sempre solo e avendo dovuto sempre badare a sè stesso, aveva il desiderio di sposarsi e di avere una numerosa famiglia. Nonostante la sua buona volontà, sino ad età adulta però non era riuscito a trovare una donna che volesse diventare sua moglie o di cui lui si fosse innamorato. -
    Durante uno dei suoi viaggi Wei incontrò nei pressi di un tempio, un anziano signore che stava consultando un libro: questi non era altro che il Dio dei Matrimoni e il suo libro, ciò su cui lui leggeva le unioni volute dal destino.
    Dopo aver consultato il libro, rivelò a Wei che il motivo per cui non aveva trovato moglie era che la donna a lui destinata, quella legata a lui tramite il filo rosso era ancora una bambina di 3 anni e che doveva aspettare ancora quattordici anni prima di poterla conoscere e sposare. -
    Wei rimase perplesso e deluso dalla rivelazione ; chiese dunque incuriosito cosa contenesse il sacco su cui l’anziano era appoggiato. Quest’ultimo disse che dentro c’era il filo rosso del destino che legava donne e uomini destinati a stare insieme;un filo indivisibile e impossibile da tagliare e il legame che creava era indissolubile: le persone legate dal filo erano destinate ad incontrarsi prima o poi , indipendentemente dai loro comportamenti, da eventi vissuti o da qualsiasi altra influenza esterna.
    Wei, non volle credere nemmeno a quest’ultima risposta e per ripicca e sentirsi libero di scegliere la donna da sposare, ordinò ad un servo di uccidere la bambina che, secondo l’anziano signore del tempio, sarebbe dovuta diventare sua moglie in futuro. Il servo, riuscì solo a ferire la bambina alla testa, ma mosso da pietà non riuscì ad ucciderla. -
    Quattordici anni dopo, Wei, giunge a conoscere una bellissima ragazza di 17 anni proveniente da una famiglia benestante e dopo poco tempo si sposa finalmente con lei. La ragazza, aveva sempre portato sulla fronte una fascia. Giunti al momento intimo per la coppia, la giovane si rifiuta di lasciarsi togliere la fascia destando la curiosità del marito.
    Non potendosi più trattenere, la donna scoppia in lacrime e confessa che il motivo per cui non voleva togliere la fascia dalla fronte era perchè sotto si celava una cicatrice rimasta in seguito ad una ferita procuratagli da un uomo che l’aveva ferita quando ella aveva 3 anni.
    A quelle parole Wei si ricordò dell’incontro con il Dio dei Matrimoni al tempio e dell’ordine che aveva dato al suo servo;scoppiò in lacrime e confessò di essere stato lui ad aver ordinato di ferirla (se non addirittura ucciderla). Una volta chiarito tale malinteso e conosciuta la loro storia, accettando con gioia il loro legame, voluto inevitabilmente dal fato, i due giovani si amarono più di prima e vissero la loro vita insieme felici.

    leggenda giapponese
    nihal @ au 1
    So close no matter how far,couldn't be much more from the heart,forever trust in who we are and nothing else matter
    never care for what they do,never car for what they know but I know        James Hetfield
  • luckyluciano (IT1)luckyluciano (IT1) IT1 Post: 3,619
    modificato 13.05.2014
    LEGGENDA INDIANA La creazione della donna

    Un giorno,sul far della sera,come faceva tutti i giorni,il Signore Dio lasciò Adamo con l’impressione che fosse un po’ triste.Dio passò la notte pensando.All’alba si affacciò sul mondo,opera delle sue mani.Ammirò la bellezza di tutto e di alcune creature in particolare:i colori smaglianti dell’alba,quelli dell’orizzonte infuocato al sorgere del sole,lo splendore del cielo a mezzogiorno…Ammirando tutto ripensava all’uomo:Che strano!...Come fa ad essere triste se ha tutto il creato per lui?...Possibile che questo non lo soddisfi?...La brezza della sera scendeva di nuovo facendo tremolare le foglie degli alberi della foresta e Dio scese per incontrarsi con l’uomo,deciso a chiedergli se si sentisse triste e perché...Sì,Signore,si spiegò l’uomo,come tramonta il sole io mi sento triste.Capisco che tu mi hai dato potere su tutto quello che hai creato...ma io trovo che tutte le creature sono lontane da me Gli alberi sono belli...ma sono muti.Parlano solo quando infuria il vento o quando crollano a terra.Gli animali emettono suoni ma non ne capisco il senso.Mi spaventa il fragore del tuono...la violenza dell’uragano mi obbliga a rinchiudermi nella grotta dove entrano serpenti,scorpioni e pipistrelli… Vedo che tutti gli animali comunicano tra loro,ma io mi sento estraneo.Io mi sento solo.Il Signore Iddio lo ascoltò e capì che l’uomo aveva ragione.Nell’immenso creato era proprio solo.Non c’era nessuno come lui,che gli assomigliasse,in grado di parlare con lui.Allora cominciò a pensare come risolvere questo primo problema della sua creazione.Bisogna che facciamo qualcosa di simile all’uomo,dice Dio a se stesso.Ripensò a tutte le cose belle della creazione e decise di mettere insieme un po’ di tutto per fare un regalo all’uomo.Drizzò uno stampo e cominciò a dargli forma umana.Poi prese un po’ di bianco dell’aurora,di rosso del sole,sinuosità del serpente,veleno dell’aspide,agilità della gazzella,del canto dell’usignolo morbilità della sabbia del deserto,azzurro smeraldo e trasparenza delle acque cristalline dei mari,freschezza dei ruscelli di montagna,freddo dei ghiacciai e il calore del sole,un po’ di ciascun colore dell’Iride,gioia,risa,dolore pianto,desiderio,invidia… Quando ebbe finito soffiò il suo alito di vita nell’opera e apparve la donna,tanto bella che lui stesso ne restò ammirato.Vedendola così straordinaria,continuò nel suo proposito di offrirla all’uomo come regalo perché gli facesse compagnia e non vivesse più nella tristezza derivante dalla solitudine.Verso mezzogiorno gliela portò perché l’uomo la potesse ammirare durante tutto il pomeriggio.Adamo la guardò,ringraziò,salutò Dio e partì con la donna a fare il solito giro che era solito fare da solo nei sentieri della foresta.L’uomo notò che tutto gli sembrava diverso:camminare,guardare e ammirare il creato in compagnia e parlando con qualcuno per comunicare quello che provava.Dio li guardò con tenerezza mentre si allontanavano presi per mano poi li lasciò soli.Durante otto giorni,rimase nel suo Regno.La sera dell’ottavo giorno,ecco apparire in paradiso i due:la donna davanti e l’uomo dietro,silenziosi e tristi ambedue… Pur sapendo già cosa stava succedendo,Dio lasciò che l’uomo e la donna si avvicinassero e che l’uomo gli spiegasse:Signore,io ti sono molto grato per questo regalo.Parla come me,canta,danza,mi guarda riempie le mie giornate,ma… non ho più la tranquillità che avevo prima.Specialmente di notte,lei continua a parlare e a muoversi vicino a me e non mi lascia dormire.Ti prego di perdonarmi,ma riprendi pure il tuo dono perché voglio ritrovare me stesso.Senza obiettare e con la comprensione di un padre Dio riprese la donna e l’uomo se ne tornò nel suo giardino a vivere solo con gli alberi della foresta,gli uccelli e gli animali.Come prima.I giorni,per l’uomo,ripresero a passare,ma,dopo che aveva riportato la donna da Dio,aveva l’impressione che tra l’alba e il tramonto ci fosse più distanza di quando c’era la donna.Con la mancanza di lei stava entrando di nuovo nella tristezza di prima.L’ottava notte in solitudine,sempre più lunga,lo convinse a tornare da Dio per dirgli:
    Ti prego di scusarmi,Signore,ma ho capito che i giorni e le notti senza la donna sono troppo lunghi…“Ho capito,lo interruppe il Signore per niente sorpreso,sei venuto a riprenderla!”E l’uomo e la donna,presi per mano,contenti e felici,tornarono di nuovo nel loro grande giardino.L’uomo,sempre in compagnia della donna,riprese le sue attività di pesca,di caccia e i giorni e le notti scorrevano veloci e senza tristezza.Il canto degli uccelli si mischiava con quello della donna che incantava l’uomo esibendosi con canti e danze,flessioni,salti,nuotate nel mare o nel fiume. Sei giorni e sei notti piene della gioiosa presenza della compagna gli avevano fatto dimenticare tutto il resto del creato.Sembrava che neppure ci fosse.La sua vita,tutto il suo tempo era preso dalla donna.Cominciò a preoccuparsi e a pensare che questo,quando era solo,non gli succedeva mai.Era troppo!Arrivò la sera del settimo giorno.Per la prima volta,entrarono nella grotta in silenzio,senza guardarsi negli occhi e neppure in faccia. Andarono a letto ma l’uomo non riuscì a dormire.Passò la notte pensando e si convinse che così non poteva andare avanti.La vita sarebbe diventata penosa Meglio riportare la donna al Signore.E così fece.La donna davanti e l’uomo dietro arrivarono davanti a Dio.Sono di nuovo qui,Signore,con la compagna che mi hai dato.Nonostante i miei sforzi,non riesco proprio a tenerla.Mi rende la vita impossibile:canta,ride e piange allo stesso tempo e io non capisco perché.Quando io voglio dormire,lei vuol mangiare,cantare,ballare al chiaro di luna... Non si accontenta mai di quello che faccio per lei…Mi rende nervoso e più triste di quando ero solo.Ti prego riprendila,tienila con te che sai come prenderla…Il Signore,sempre paziente e comprensivo,lo ascoltò,guardandolo in viso.Capì che era convinto di quello che diceva.La donna,a testa bassa come una colpevole,non aggiunse una parola e si avvicinò al Signore che la prese per mano e la portò con sé nel paradiso.L’uomo,si sentì liberato da un peso insopportabile riprese la strada del ritorno e si ritirò direttamente nella sua grotta.Voleva dormire tranquillo,da solo.Al mattino,si alzò fresco e riposato.Riprese a camminare osservando e ammirando il creato.E’ un’altra cosa,pensò soddisfatto.
    Che era un’altra cosa,senza la donna però,se ne rese conto nei giorni che seguirono.Man mano che passava il tempo aumentava la monotonia di tutto quello che lo circondava:l’alba e il tramonto gli sembravano uguali.Non si meravigliava più di nulla.Anzi, gli davano fastidio il canto degli uccelli,i salti delle scimmie,la corsa delle gazzelle,la snellezza delle giraffe.Tutto gli ricordava la donna,quello che lei faceva,il suo canto melodioso,i suoi occhi teneri da cerbiatto,il suo corpo snello e agile… Tutto!Ma lei non era più a suo fianco.E non c’era,perché l’aveva riportata da Dio!Ma perché?si chiedeva spesso.Non trovando una ragione plausibile si animò a tornare da Dio per spiegargli lo sbaglio che aveva fatto e per riprendersela.Il Signore Dio lo vide arrivare quando era ancora lontano.Deciso a non perdere la pazienza,si preparò a riceverlo come si meritava.Conoscendo bene i suoi sentimenti,più che altro voleva convincerlo a riprendersi per sempre la sua donna.A testa bassa,l’uomo saluta il Signore con grande rispetto e comincia:Signore,devo essere sincero,è vero che la donna,a volte,mi infastidisce con la sua maniera di essere e di fare,ma è anche vero che tanto le mie giornate come le mie notti sono insopportabili senza di lei! Perciò,ti prego,ridammela!Anche se a volte mi riesce difficile vivere con lei,ho capito bene che non posso vivere neppure senza di lei.Il Signore lo guardò negli occhi.Lo trovò sincero,pentito e deciso.Prese la donna per mano e gliela condusse dicendo:Visto che tu non puoi vivere senza di lei e che neppure lei può vivere senza di te,riprendi la tua donna,torna dove ti ho messo e vivete insieme per sempre come signori del creato,amandovi e sopportandovi a vicenda.
  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 13.05.2014
    La Leggenda del lago di Misurina

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    C’era una volta un re che regnava su un largo territorio compreso tra le Tofane, l'Antelao, le Marmarole e le Tre Cime di Lavaredo.
    Era un uomo di statura gigantesca, rimasto vedovo, con una bimba cui era stato imposto il nome di Misurina, (Mesorina in ladino, che significherebbe: in mezzo ai due rin o fiumi). Questa aveva ormai compiuto sette od otto anni, ma era rimasta talmente piccola che stava comodamente seduta sul palmo della mano del suo gigantesco papà. Ma tanto era piccola ed anche graziosetta d'aspetto, quanto dispettosa e capricciosa. Combinava guai a non finire, faceva dispetti a tutti coloro che andavano alla corte, dalle dame ai cavalieri, dai cortigiani alla servitù. E malgrado tutte le lamentele che gli giungevano, il re, accecato dall'amore per la figlioletta, sempre e comunque la scusava: "E' tanto piccola...! E' tanto carina...! Poverina, è rimasta senza mamma, bisogna perdonarla...! Rimedierà...! Abbiate pazienza...!" E più cresceva, più dispettosa ed impertinente diventava e mai che il buon Soràpis (così si chiamava il re) osasse rimproverarla.

    Ora avvenne che un giorno, chissà come, Misurina venne a sapere che la maga che abitava il monte Cristallo possedeva uno specchio magico: bastava che qualcuno vi si specchiasse per potergli leggere persino i suoi pensieri. Figuratevi la piccola! Tanto fece e tanto pregò, tanto supplicò e tanto pestò i piedi per terra per entrare in possesso di quello specchio meraviglioso, che strappò al padre la promessa di andare dalla maga a comprarglielo, a qualunque prezzo.

    Il vecchio Soràpis si recö dalla maga per soddisfare il desiderio della sua bambina. Quella, però, ben conoscendo Misurina e le sue debolezze, dapprima non cedette poi, impietosita dalle lacrime e dall'insistenza del padre, accondiscese a cedergli lo specchio ad un solo patto. Si deve sapere che la maga, sui versanti del Cristallo possedeva uno stupendo giardino, ma il troppo sole appassiva ben presto i suoi splendidi fiori, che Soràpis, dunque, accettasse di essere trasformato in una montagna la cui ombra avrebbe protetto giardino e fiori e Misurina... avrebbe avuto lo specchio. Il re implorò, si disperò, pianse perfino, ma la maga fu irremovibile. L'unica cosa da fare e da sperare era che Misurina, di fronte a tale richiesta, rinunciasse al suo desiderio. La maga, pertanto, consegnò al re lo specchio magato con il patto di restituirglielo se la figlia...

    Rientrato nella sua reggia, nel consegnare lo specchio alla figlia, Soràpis le disse dell'unica sola condizione imposta. Cosa credete abbia fatto Misurina? Tenendo ben stretto l'oggetto dei suoi desideri, comodamente seduta sul palmo della mano del padre, esclamò: Ooohh, che bello ! Sarebbe proprio bello che tu diventassi una montagna! Pensa un pò quante capriole potrei fare lungo i tuoi pendii, potrei ricercare funghi e mirtilli, risposarmi all'ombra dei tuoi alberi . . . ! " Ma, mentre pronunciava queste parole, non si accorse che suo padre diventava più grande, sempre più grande. Si gonfiava, la sua pelle cambiava colore, i suoi capelli diventavano alberi, le rughe del suo volto burroni e crepacci...

    Ad un tratto la bambina, distogliendo lo sguardo dallo specchio, volse il suo sguardo all'ingiù... si vide tanto in alto, fu presa da un capogiro e precipitò. Soràpis, ormai montagna, ma con gli occhi ancora aperti, vide tutto e pianse. Le sue lacrime formarono due rivoli che ai suoi piedi un piccolo lago, appunto formarono l'attuale lago di Misurina, sovrastato dal monte Soràpis.

    E dello specchio cosa accadde ? Lo specchio, urtando sulle rocce, si ruppe... ma i suoi frammenti sono ancora visibili. Dove ? Ma nei meravigliosi riflessi delle acque di questo piccolo laghetto alpino, riflessi di tutti i colori... come "di tutti i colori" sono i pensieri delle persone. Ancora oggi, nelle notti di luna piena e solo in alcuni orari, il viso del re Soràpis si mostra imponente mentre si specchia nelle calme acque del lago.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
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  • Nemain (IT1)Nemain (IT1) IT1 Post: 1,576
    modificato 14.05.2014
    bella la leggendo del lago Pippi e son d'accordo con tè sulla creazione della donna!!!:)

    ed ora una leggenda in tema con l'attesissimo evento :
    LA NASCITA DELLE LUCCIOLE
    C'era una volta, molto tempo prima dell'uomo, un fulmine che volava nel cielo, divertendosi a illuminare la terra di notte e a guardare i suoi abitanti. La sua casa era popolata solo dagli altri suoi compagni fulmini e da qualche nube, nemmeno gli uccelli arrivavano fin lassù; quindi era sicuramente meno interessante di tutto ciò che poteva osservare sulla superficie terrestre. Con il passare del tempo, il fulmine divenne triste, la notte non andava più a sfolgorare e se ne restava nella sua tana tra i venti, da solo; quando le altre saette gli chiesero il perché, lui rispose in maniera enigmatica: "Noi qui non facciamo altro che andarcene per il cielo e guardare da quassù la terra, invece da lì a stento fanno caso a noi, anzi, a volte facciamo loro paura. Loro fanno qualcosa che noi non potremo fare mai: creano vita, unendosi tra loro altri esseri vengono al mondo, e poi altri ancora, per anni; i fulmini invece sono sempre gli stessi, da noi non nasce nulla".
    Questo era, quindi, il cruccio della folgore e la sua risposta era sempre la stessa a chiunque gli si avvicinasse. Un giorno, dalla terra, un albero che stava scrutando il cielo sentì il fulmine parlare, ascoltò la sua pena e decise di fare qualcosa per lui. Con uno sforzo tremendo, quell'albero protese i suoi rami in alto, proprio verso la creatura di fuoco che aveva ascoltato, e gli gridò di venire lì, sulla terra che amava tanto, a conoscere da vicino la vita. Il fulmine lo ascoltò ed, euforico, corse nell'abbraccio dei rami. In un niente, l'albero cominciò a bruciare per la potenza di quel contatto, ma il suo tronco era robusto e tentò di restare in piedi, dopo qualche ora però l'albero gemette e, morendo, si schiantò al suolo con una forza tremenda. Da quello schianto pezzi di tronco e di fuoco schizzarono in tutte le direzioni e, inspiegabilmente, presero vita, diventando delle creature che scintillavano nell'aria. Il loro corpo era nato dal tronco dell'albero, ma la loro anima brillante era rimasta quella del fulmine. Per molto tempo ancora il tronco continuò a scoppiettare e a disfarsi in tante minuscole macchie luminose che correvano a popolare il cielo. Ma, dopo un po', quando il fuoco si spense, anche il fulmine trovò la sua fine; mandò però un ultimo bagliore nel vedere le sue creature che vivevano e prosperavano attorno a lui. Tutti le altre folgori assisterono al sacrificio dell'albero e del fulmine e poterono finalmente capire il desiderio del loro compagno vedendo tutte le lucciole che continuavano a brillare e a vivere. Così, da quel giorno, molte saette non scelgono più di solcare il cielo, ma scendono per terra alla ricerca di qualcosa che possa generare vita, purtroppo però il desiderio si è avverato una sola volta, e le scintille continuano a rimanere nient'altro che cenere.
    nihal @ au 1
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  • 4ever61 (IT1)4ever61 (IT1) Post: 9,668
    modificato 14.05.2014
    Un tempo, in un regno ai piedi dei monti, vivevano un re e una regina. Quel regno abbracciava prati, fiumi e boschi e più in alto abbracciava anche torrenti e montagne. Era un regno incantato per la sua bellezza. Il re e la regina abitavano in un grande palazzo costruito sulla riva del fiume. C'era un enorme portone all'ingresso e due guardie imponenti che lo difendevano. La gente coltivava i campi, accudiva il bestiame, e spesso andava nel bosco a tagliare la legna. Nelle piazze dei borghi i bambini si trovavano per giocare e i nonni con la scusa di accompagnarli, ne approfittavano per incontrarsi e per raccontarsi storie antiche.

    Il re e la regina governavano con saggezza e bontà. E spesso il palazzo reale veniva allietato da feste e balli. Il più delle volte si trattava di occasioni pensate appositamente per il principe. Infatti, sebbene nel regno andasse tutto bene, al re e alla regina era rimasta una preoccupazione. Una soltanto. Il principe Toc, il loro unico figlio, non aveva ancora preso moglie. Cominciavano a sentirsi invecchiare, e avrebbero tanto desiderato veder nascere l'erede del regno. " Tesoro mio, Toc" diceva la regina, " possibile che fra tutte le belle fanciulle che ti abbiamo fatto conoscere non ce ne sia una, dico una, che ti vada bene?". " E' vero mamma" sorrideva Toc " ognuna a modo proprio é bella! Ma il mio cuore non ha ancora cantata per nessuna di loro!". Il principe Toc sorrideva sempre. Aveva gli occhi scuri, come il bosco, che si illuminavano. Specialmente quando si trovava immerso nella natura o quando aveva la possibilità di aiutare qualcuno. Era gentile e generoso, per questo tutti lo ammiravano. Il principe Toc trascorreva le sue giornate a leggere e a scrivere. Voleva studiare per diventare un giorno un bravo re. Quando però passava per le piazze si fermava volentieri ad ascoltare le storie degli anziani. E amava andare a cavallo; ogni giorno raggiungeva il bosco e a volte da lì ancora più su, fino alla cima delle montagne. Immerso nella natura estraeva dalla bisaccia un taccuino ed una matita, e in solitudine con il cuore colmo di bellezza, scriveva le sue poesie. E poi le leggeva. Le sue parole trasportate dal vento accarezzavano le cortecce degli alberi, sfioravano i prati, lambivano i petali dei fiori, ed infine arrivavano alle orecchie dei folletti dei boschi. Che all'udirle sorridevano. I folletti gioivano delle visite del principe nel bosco; sapevano che il suo amore per la natura era simile al loro.

    Un giorno, durante un'assemblea generale dei folletti convocata appositamente nel bosco, il folletto più anziano si tolse il cappello a punta color lampone, si schiarì la voce, si accarezzò la lunga barba bianca ed iniziò il suo discorso. " Cari folletti qui riuniti! Sarò breve. Come sapete tutti il principe Toc é una persona davvero speciale; ama la natura. E per questo la proteggerà sempre, come fosse uno di noi. Io, lo vedete sono ormai vecchio e con l'età le primavere sono più dolci, i voli delle farfalle sono più colorati e i boschi sono più accoglienti. Guardate lassù: le montagne sono maestose come non lo sono mai state! Il mio solo desiderio ora é che i nostri nipoti possano ammirare intatte queste bellezze. I genitori del principe Toc sono preoccupati poiché non ha ancora trovato una sposa. Perché non lo aiutiamo noi? Conoscete una ragazza adatta a lui? Se Toc avesse un figlio, sicuramente gli saprebbe trasmettere tutto il suo amore per la natura!". Nell'assemblea dei folletti piombò il silenzio. Erano tutti concentrati a spremersi le idee. Finché un bambino-folletto disse: " La so, la risposta! E' la principessa Acqua!". " Giusto!" esclamò il folletto anziano illuminandosi tutto in viso. " Acqua!" I folletti applaudirono. E iniziò, come di solito accade tra i folletti, un grande trambusto. La principessa Acqua, in effetti, non aveva mai preso parte alle feste al palazzo e non aveva mai incontrato il principe Toc. Quando era più giovane aveva trascorso giornate intere in biblioteca a leggere e a imparare cose nuove, ma poi sebbene la libreria fosse immensa, non era rimasto più nessun libro che non avesse letto. Allora aveva deciso che avrebbe imparato direttamente dai suoi sudditi. Trascorreva così le sue giornate con la gente. E da ogni persona imparava qualcosa. " Un po' di silenzio, prego!" disse il folletto più anziano. " Pensiamo ad un piano, un piano affinché le parole del principe Toc arrivino al cuore della principessa Acqua!". E mentre i folletti stavano animatamente organizzando il loro piano, nessuno si era accorto che un corvo nero, nero come la notte, li stava spiando tra i rami. Il corvo nero si alzò in volo e volò, attraverso boschi e nebbie ed infine giunse ad una fortezza.

    Era la fortezza della strega Superba, ed il corvo era il suo fedele servitore. La fortezza si trovava in una valle buia, sempre coperta dalle nebbie. In quella valle ormai non viveva più nessuno; nessuno era sopravvissuto. E per conquistarla aveva usato ogni sorta di arti magiche e di inganni; infatti sapeva far assumere al suo viso un'espressione gentile. Tra le mura della sua dimora, invece la strega rivelava il suo vero volto, un volto che incuteva terrore, e i suoi capelli cambiavano colore ogni mezz'ora. Quando il corvo nero entrò da una stretta feritoia, i capelli della strega divennero viola. " Vieni mio servo fedele!" sibilò la strega. " Cosa hai rubato per me oggi?" " Ho rubato delle preziose parole!" rispose il corvo. E le riferì tutto quello che aveva udito. La strega, non appena comprese che nel regno del principe Toc vivevano persone adatte al suo nutrimento, si incamminò in tutta fretta per raggiungere quei luoghi. Cominciava infatti a sentirsi debole, sentiva il forte bisogno di nutrirsi. Intanto i folletti avevano invitato la principessa Acqua ad una passeggiata nel bosco, sapendo che le piaceva molto stare in mezzo alla natura.

    Acqua camminava leggera, osservava ogni cosa con i suoi occhi azzurri cristallo e stava in silenzio, attenta ai suoni del bosco. I lunghi capelli le scorrevano sulle spalle come l'acqua di un ruscello, e al collo portava una collana con una conchiglia che le aveva regalato suo padre di ritorno da un lungo viaggio per mare. Il principe Toc arrivò nel bosco puntuale come ogni giorno, scese da cavallo ed estrasse il suo taccuino e la matita. Cominciò a scrivere, leggendo ad alta voce.Acqua aveva ascoltato attenta, ed ora il suo cuore batteva forte. Sospinta dai folletti uscì allo scoperto, e senza far rumore si avvicinò timidamente al principe. Il principe si voltò e la vide e ne rimase colpito. Le parlò. Poiché gli veniva naturale parlarle. La ascoltò. Poiché gli veniva naturale starla ad ascoltare. E da quel momento il suo cuore cominciò a cantare di felicità sempre di più. Quel giorno nel bosco il principe Toc e la principessa Acqua si erano innamorati l'uno dell'altra. La strega Superba, intanto, era arrivata nel regno, e con le sue arti magiche stava cercando di prendere tutto quello che le poteva servire. Ma nonostante i suoi sforzi e i suoi inganni, non riusciva ad impossessarsi della cosa per lei più importante: le anime buone degli abitanti di quei paesi. La strega allora prese in fretta una decisione. Poiché le sue forze stavano ormai venendo meno, si sarebbe nutrita dell'anima più buona di tutte, quella del principe Toc. La strega si diresse decisa verso il palazzo reale mentre il sole all'improvviso veniva coperto da nubi nere. Schioccò le dita ed immediatamente le guardie divennero di pietra. Schioccò le dita ancora e l'enorme portone del palazzo si aprì.

    Entrò e si diresse verso la sala del trono. Lì trovò il re e la regina e li minacciò. " Gravi sciagure si abbatteranno su questo regno se il principe Toc non accetterà di sposarmi!". Poi con un altro schiocco di dita, si trasformò in un cane nero, ringhiò e balzò via nel buio. Il re e la regina erano sconvolti, spaventati per le sorti del regno e per il futuro del loro figlio. Non appena il principe Toc arrivò a palazzo, i suoi genitori lo misero al corrente della minaccia della strega. " Ma io non posso sposarla!" disse " io ora amo Acqua, ora che l'ho incontrata. Ho atteso tanto, e in lei é come se avessi trovato l'oro. Ha fatto cantare il mio cuore, non posso separarmi da lei!". Il corvo nero che aveva ascoltato le parole del principe volò dalla strega Superba e riferì. La strega diventò verde dalla rabbia; schioccò le dita e comparve sospeso in aria un enorme libro. Sfogliò furiosa le pagine, finché posò il dito contorto su una formula magica e con un sorriso sinistro sibilò:" E' questa!". Si sentì subito nell'aria che qualcosa di terribile stava per accadere. Perfino i ragni e i topi che di solito le stavano vicini, si rintanarono spaventati.La strega si diresse rabbiosa verso il palazzo. La gente, a vederla passare per strada, sentiva un strano freddo e si chiudeva in casa. Superba entrò nel palazzo. Le si fece incontro il principe Toc. " Te lo chiedo per l'ultima volta" disse la strega con gli occhi furiosi" " Sei deciso a sposarmi?" Attento però' a quello che dirai, é l'ultima possibilità!". " Ne sono certo" le rispose il principe Toc " non posso proprio sposarti.

    Io amo Acqua!". La strega allora in un impeto d'ira, alzò le braccia, chiuse forte gli occhi e trasformò il principe Toc in una montagna. Che ora si elevava imponente alle spalle del palazzo. Poi con la stessa furia trasformò Acqua, colpevole di aver conquistato il cuore del principe in un torrente. Ma Acqua, trasformata in torrente, poteva ancora correre e correva e scappava, e il rumore che faceva scorrendo sembrava quello di una risata. Sembrava stesse ridendo dei poteri della strega. Allora Superba, sempre più infuriata, trasformò il re e la regina in una gigantesca diga perché Acqua fosse intrappolata per sempre. Così la principessa divenne un lago; ora tutto immobile. E diviso. C'era silenzio. In quell'istante il principe Toc venne sopraffatto dal dolore e tentò disperatamente di abbracciare Acqua. E si gettò verso di lei. Ci fu un gran boato. Si creò improvvisa un'onda, un'onda immensa. Il re e la regina con tutte le loro forze cercarono di proteggere il paese, ma l'onda scavalcò la diga. Il regno e quasi tutti i suoi abitanti scomparvero nel buio. Superba non riuscì nemmeno questa volta a prendere le loro anime. Acqua le accolse proteggendole dietro la diga. La strega senza più nutrimento perse tutti i suoi poteri. E gridando si dissolse per sempre. I folletti avevano sentito il grande boato dal bosco. Corsero, e corsero giù verso il paese, ma lo trovarono distrutto. Allora riunirono i sopravvissuti e piansero tutta la notte. Perché quella notte era così buia che non restava nient'altro da fare. I folletti ed i sopravvissuti si stringevano l'uno all'altro, e quando venne l'alba videro la desolazione fino all'orizzonte. Insieme, senza dire nulla, cominciarono a raccogliere le macerie. E proprio tra le macerie trovarono un bambino appena nato. Sporco di fango.

    Non piangeva nemmeno. " Forse ha già consumato tutte le lacrime che aveva" disse qualcuno. Lo raccolsero. Il bambino aveva gli stessi occhi azzurri di Acqua e lo stesso sorriso di Toc. Allora tutti capirono. Era il figlio nato dall'ultimo abbraccio del principe Toc con la principessa Acqua. Nel vederlo, chi piangeva trattenne una lacrima. E tutti, piano piano, ripresero coraggio e voglia di vivere. E lo chiamarono Vajont.
    nuovo proposito per il 2018 imagesqtbnANd9GcTKAT5mCParTfnQyboeAmjiSW-1pY4kVfDfiU7JavJFf81ZDwlMJg

    4ever61 ---- ID 226508 --- livello 197
  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 14.05.2014
    Nemain...4ever...non sò cosa dire...grazie è troppo poco.

    Nemain...la leggenda della nascita delle lucciole (bestioline che adoro) è meravigliosa, fatata.

    4ever...di fronte alla leggenda del Vajont, a ciò che mi riporta alla mente...beh, solo il silenzio...ogni parole sarebbe di troppo.

    Grazie ragazze. :o
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 14.05.2014
    Tanto tempo fa mi ero ripromessa di non scrivere/leggere questa leggenda mai più perchè ogni volta è una ferita che si riapre...ma è bella e voglio dunque condividerla con voi.

    La leggenda del Ponte Arcobaleno

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    La leggenda del "Ponte Arcobaleno" ci giunge dagli Indiani d'America, è dedicata a tutte le persone che hanno sofferto e soffrono per la morte di un animale caro e a tutti gli animali che su questa terra hanno amato gli uomini.

    Nel Ponte Arcobaleno


    Si narra che tra la terra e il cielo esista un ponte chiamato "Ponte Arcobaleno" per i bellissimi colori da cui è formato.

    Quando un animale muore, specialmente se è stato amato da una persona qui sulla terra, giunge in un luogo che si trova all'inizio di questo ponte.
    Ai piedi del Ponte Arcobaleno c'è un posto bellissimo in cui ci sono prati con erba sempre fresca e profumata, ci sono ruscelli che scorrono tra colline e alberi, e i nostri animali possono correre e giocare liberamente.
    Qui, tutti giocano insieme. Trovano sempre il loro cibo preferito, l'acqua fresca per dissetarsi e il sole splendente per riscaldarsi e così i nostri cari amici sono felici.
    Questo posto è speciale anche perché tutti i nostri amici lì stanno bene: quelli vecchi adesso sono tornati giovani, quelli malati ora sono nuovamente in salute, quelli abbandonati adesso sono felici con i loro amici, quelli a cui è stato fatto del male ora sono sani e forti.

    Ai piedi del Ponte Arcobaleno gli animali che abbiamo tanto amato stanno bene, eccetto che per una piccola cosa...sentono la mancanza della persona speciale che hanno lasciato sulla terra...

    Ma di tanto in tanto accade di vedere che durante il gioco qualcuno di loro si fermi all'improvviso ed inizi a scrutare oltre la collina.
    All'improvviso lascia il gruppo e tutti i suoi sensi sono in fremente allerta, i suoi occhi si illuminano e le sue zampe iniziano la grande corsa...

    Sei tu… sei stato riconosciuto… e quando incontri il tuo amico speciale lo stringi tra le braccia con grande gioia, il tuo viso e' baciato ancora e ancora e i tuoi occhi incontrano i suoi occhi sinceri che tanto ti hanno cercato.
    Baci di felicità piovono sul tuo viso; le tue mani accarezzano di nuovo la testolina del tuo amico tanto amato e ancora una volta guardi nei suoi occhi fiduciosi, che tanto tempo fa erano spariti dalla tua vita, ma mai dal tuo cuore.

    Adesso insieme potrete attraversare il Ponte Arcobaleno per non lasciarvi mai più
    ...e percorrerete assieme il cammino verso l'eternità.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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  • Nemain (IT1)Nemain (IT1) IT1 Post: 1,576
    modificato 15.05.2014
    :)!
    grazie a te Pippi per l'idea di aprire questo thread e per la bellissima leggenda dell'arcobaleno che conoscevo ed è stato bello ritrovare qui!:)
    anch'io adoro le lucciole e fortunatamente qui nelle notti d'estate ce ne son ancora e popolano i sentieri dove di giorno ti accompagnano le farfalle !:)

    ed ora una leggenda del Cilento :

    Una volta, tanto tempo fa, viveva Ermigarda la figlia del capo dei saraceni. Era bella, raggiante di giovinezza con i capelli lunghi, serici, color dell’ala del corvo
    E gli occhi fulgidi e brillanti come stelle: occhi orientali pieni di fascino e di mistero
    Le sue labbra, però non si schiudevano mai ad un sorriso.
    Era triste la bella e amava la solitudine!
    Una mattina mentre con il suo bianco destriero cavalcava vicino alla costa incontrò Octavio, un giovane pescatore bello come un dio greco
    E fu amore a prima vista!
    Un amore grande, sconfinato come il mare che li rese felici per giorni e giorni.
    La bella araba ed il bel pescatore correvano a piedi nudi sulla sabbia morbida e dorata della spiaggia e ammiravano i tramonti di fuoco e la natura splendida che faceva da sfondo al loro amore
    Ma un triste destino li aspettava! Octavio un brutto giorno andò a pescare e non tornò più Ermigarda pianse tutte le sue lacrime, cocenti e amare e poi si gettò nel mare per unirsi anche nella morte al suo amato
    Ma nettuno, ebbe pietà di lei e la trasformò in uno scoglio col tempo, poco lontano, si formò un nuovo scoglio che prese la forma di Octavio, il pescatore, bello come un giovane dio.
    Ancora oggi, a Tresino, nelle notti di tempesta, quando il mare sbatte furioso e il vento urla, in quel luogo, si sentono dei suoni arcani e i vecchi pescatori dicono che è Ermigarda che piange il suo perduto amore: un amore durato per tutta la vita e che dura ancora al di là della vita.
    nihal @ au 1
    So close no matter how far,couldn't be much more from the heart,forever trust in who we are and nothing else matter
    never care for what they do,never car for what they know but I know        James Hetfield
  • modificato 16.05.2014
    Un ciao e un buongiorno a tutti.
    A proposito di lucciole, (vedi evento Fiaba):
    Due bravissime sarte, sorelle ma povere, dovevano una sera terminare assolutamente per l' indomani l' abito da sposa della ricca figlia del mugnaio. Lavorando e lavorando, arrivarono a consumare tutte le candele che avevano in casa, e non sapevano più come fare. Abitavano in una casetta nel profondo del bosco, la notte era senza luna e loro si accorsero di non avere nemmeno olio da mettere nelle lucerne. I loro lamenti, raccolti dal camino, furono uditi dal popolo delle lucciole, cui loro davano sempre da mangiare fiori e miele. Le lucciole allora discesero tutte dalla cappa del camino e illuminarono la stanza con milioni e milioni di lucine finchè, sul far del giorno, il vestito fu pronto. La figlia del mugnaio pagò molto bene l' abito ma non seppe mai spiegarsi il luccichio lunare che aveva la stoffa. Da allora le due sorelle cuciono abiti da sposa nella loro casa nel bosco, e le lucciole si tengono pronte ad andare a far luce con il loro lumino che conferisce ai tessuti lo splendore della luna. Noi le vediamo nelle sere d' estate mentre si avviano verso quella casa.
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  • modificato 16.05.2014
    Ecco un'altra storiella delle lucciole:La leggenda narra che tanto tempo fa , in un bosco ai piedi del monte Penna, c’era un grandissimo alveare. Fra le migliaia di api che vi nascevano ogni giorno, ne nacque una che ben presto si rivelò essere una piccola regina. La regina madre, quando se ne accorse, la cacciò dall’alveare. La povera ape, che era abituata a vivere fra tante compagne, si trovò sola e si mise a piangere. Pianse e pianse tanto che, durante la notte, la luna la sentì e le domandò che cosa avesse. Lei le raccontò la sua storia, la luna si impietosì e le regalò un po’ della sua polvere d’oro. L’ape allora tornò all’alveare e regalò un granello di quell’oro a molte sue compagne che la seguirono. Si formò così uno sciame di lucciole che da allora rischiarano molte notti d’estate.
  • tyrios (IT1)tyrios (IT1) Post: 619
    modificato 17.05.2014
    Taranto, essendo bagnata da due mari, divenne meta prediletta dalle sirene che decisero di risiedervi in mondo stabile e di costruirvi il loro castello incantato.
    All’epoca dei fatti, viveva in città una coppia di giovani sposi. Lei, una bellezza straordinaria. Lui, un prestante pescatore.
    Proprio a causa del suo mestiere, il marito stava lontano da casa dall’alba al tramonto, se non per giorni e giorni.
    Un ricco signore tarantino cominciò a provare un vivo interesse per la sposa solitaria e approfittò dell’assenza del pescatore per corteggiarla e farle regali costosi. Un giorno riuscì a sedurla.
    La donna, in preda al rimorso, confessò tutto al marito quando rientrò a casa dal lavoro. Questi, l’indomani, condusse la bella moglie in barca e, non appena furono in alto mare, la spinse in acqua facendola affondare (non sapeva nuotare).
    Le sirene arrivarono in soccorso della ragazza appena in tempo e, affascinate dalla sua incredibile bellezza, la incoronarono loro regina col nome di Skuma (Spuma) perchè era stata portata dalle onde.
    Nel frattempo, il pescatore si pentì del gesto compiuto e, credendola morta, tornò ogni giorno nel punto in cui l’aveva vista annegare a piangere amare lacrime.
    Le sirene si incuriosirono per il suo comportamento e, decise ad impadronirsi della barca, lo fecero cadere in acqua. Lo condussero al castello incantato, Skuma lo riconobbe e pregò le sue nuove amiche di risparmiargli la vita.
    Quando il pescatore si risvegliò a riva, ricordò quel che era accaduto e capì che nulla era più importante che ricongiungersi alla sua sposa. Una fata gli rivelò come liberare l’amata: raccogliere l’unico fiore di corallo bianco dal girdino delle sirene.
    Il giorno seguente, si procurò un’altra barca e in mezzo al mare si mise a urlare a squarciagola il nome della moglie. Skuma fuggì dal castello e raggiunse il pescatore, riabbracciandolo calorosamente.
    Prima di lasciarla tornare dalle sirene, il pescatore riferì alla moglie che l’unico modo per liberarla una volta per tutte era impadronirsi del fiore di corallo bianco e consegnarlo alla fata. Skuma elaborò un piano diabolico e il marito fu pronto ad obbedirle alla lettera il giorno seguente.
    Usò tutti i loro risparmi per comprare bellissimi gioielli, li mise in barca e si addentrò nel golfo di Taranto. Le sirene lasciarono incustodito il castello perché ingolosite da gemme e pietre preziose.
    Skuma poté così agire indisturbata, rubare il fiore di corallo e portarlo alla fata che attendeva sulla spiaggia.
    La fata agitò la sua bacchetta e, a colpi di bibidi-bobidi-bù, sollevò un’enorme onda che trascinò via le sirene dal golfo di Taranto, mentre Skuma e il pescatore si risvegliarono, l’uno accanto all’altra, in riva al mare. Di nuovo uniti – o, forse, uniti davvero per la prima volta – ritornarono insieme a casa.
    Tyrios, leader del
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  • enzetto (IT1)enzetto (IT1) Post: 1,284
    modificato 17.05.2014
    La storia dei colori

    Tanto tempo fa, il pappagallo non aveva colori; era tutto grigio, le sue piume erano corte come quelle di una gallina bagnata. Uno tra i tanti uccelli giunti chissà come nel mondo. Gli Dei litigavano sempre; litigavano perché il mondo era assai noioso con due soli colori. Ed era motivata la loro ira, poiché solo due colori si alternavano nel mondo: uno era il nero che comandava la notte, l'altro era il bianco che camminava di giorno, il terzo non era un colore, era il grigio che dipingeva sere e mattine affinché non si scontrassero troppo. Ma questi Dei erano litigiosi ma molto sapienti.

    In una riunione giunsero all'accordo di rendere i colori più lunghi perché fosse allegro il camminare e l'amare di uomini e donne. Uno degli Dei prese a camminare per pensare meglio, e tanto pensava, che sbatté contro una pietra ferendosi la testa da dove ne uscì sangue. Il dio, dopo aver strillato per un bel pezzo, guardò il suo sangue e vide che era di un altro colore, diverso dai due colori e andò dagli altri Dei, mostrando loro il nuovo colore che chiamarono "rosso", era il terzo che nasceva. Un altro degli Dei cercava un colore per dipingere la speranza. Lo trovò dopo un bel pezzo e lo mostrò all'assemblea degli Dei che gli misero il nome "verde" , era il quarto che nasceva. Un altro cominciò a grattare forte a terra. "Che fai?" gli chiesero gli altri Dei. "Cerco il cuore della terra" rispose rivoltando la terra da ogni lato. Dopo un po' trovò il cuore della terra, lo mostrò agli altri dei che chiamarono "caffè", era il quinto colore. Un altro dio salì in alto. "Vado a guardare il colore del mondo" disse, e si mise a scalare e scalare fino alla cima. Quando arrivò ben in alto, guardò in giù e vide il colore del mondo, ma non sapeva come fare a portarlo. Allora rimase a guardare per un bel po', finché il colore non gli si attaccò agli occhi. Discese come poté, a tentoni, e andò all'assemblea degli Dei. "Porto nei miei occhi il colore del mondo", E "azzurro" chiamarono il sesto colore. Un altro dio stava cercando colori quando sentì che un bambino rideva; si avvicinò con cautela e gli prese la risata, lasciandolo piangente. Per questo si dice che i bambini improvvisamente ridono e improvvisamente piangono. Il dio portò la risata del bambino e misero nome "giallo" al settimo colore. A quel punto gli dei che erano ormai stanchi, andarono a dormire, lasciando i colori in una cassetta buttata sotto un albero.

    La cassetta non era chiusa bene e i colori uscirono, cominciando a far chiasso e festa. Così nacquero tanti nuovi colori. Quando tornarono gli Dei si accorsero che i colori non erano più sette, ma molti di più e guardarono la cassetta. "Tu hai partorito i colori, tu ne avrai cura , così dipingeremo il mondo". E salirono sulla cima del monte, e da lì cominciarono a lanciare i colori, così l'azzurro rimase parte nell'acqua e parte nel cielo, il verde cadde sugli alberi e sulle piante, il caffè, che era il più pesante, cadde sulla terra, il giallo, che era un risata di bambino, volò fino a tingere il sole, il rosso giunse sulla bocca degli uomini e degli animali che lo mangiarono, colorandosi così di rosso. Il bianco e il nero già esistevano. Gli dei lanciavano i colori senza fare attenzione a dove finivano, ed alcuni di essi spruzzarono gli uomini; per questo vi sono persone di diversi colori e di diverse opinioni. Allora, gli Dei, per non dimenticarsi dei colori e perché non si perdessero, cercarono un modo per conservarli; stavano pensando come fare quando videro il pappagallo. Lo presero e gli attaccarono i colori e gli allungarono le piume affinché ci stessero tutti.

    E così il pappagallo prese tutti i colori. Ancora oggi se ne va in giro, nel caso che gli uomini si dimenticassero che molti sono i colori e le opinioni, e che il mondo potrebbe essere allegro, se tutti i colori e tutte le opinioni avessero il proprio spazio".


    Ogni persona deve guardare dentro di sè
    e se quello che vede non gli piace,
    deve avere il coraggio e la forza di cambiare.
    Ma se quello che vede gli piace sempre,
    allora non può più cambiare.



    Enzetto potente come il tuono e veloce come il lampo
  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 17.05.2014
    Il mito di Amore e Psiche
    (Apuleio - Le metamorfosi)

    foto-1-Amore-e-Psiche-di-Antonio-Canova.jpg


    Un re ed una regina avevano tre figlie.
    Le maggiori erano andate in spose a pretendenti di sangue reale, ma la più piccola, di nome Psiche, era talmente bella che nessun uomo osava corteggiarla, tutti l’adoravano come fosse una dea. Alcuni credevano che si trattasse dell’incarnazione di Venere sulla terra.
    Tutti adoravano e rendevano omaggio a Psiche trascurando però gli altari della vera dea, perfino i templi di Cnido, Pafo e Citera erano disertati per una mortale.
    Afrodite sentendosi trascurata ed offesa, a causa di una mortale, pensò di vendicarsi con l’aiuto di suo figlio Amore e delle frecce amorose. La vendetta d’Afrodite consisteva di far innamorare Psiche dell’uomo più sfortunato della terra, con il quale doveva condurre una vita di povertà e di dolore. Amore accettò subito la proposta della madre ma, appena vide Psiche rimase incantato della sua bellezza. Confuso dalla splendida visione, fece cadere sul suo stesso piede la freccia preparata per Psiche cadendo cosi, vittima del suo stesso inganno. Egli iniziò cosi ad amare la ragazza e non pensò neanche per un attimo di farle del male.
    Nel frattempo i genitori di Psiche si preoccupavano perché un gran numero di pretendenti veniva ad ammirare la figlia, ma nessuno aveva il coraggio di sposarla. Il padre, preoccupato decise di consultare un oracolo d’Apollo per sapere se la figlia avesse trovato un marito, l’oracolo però gli comunicò una brutta notizia. Egli avrebbe dovuto lasciare la figlia sulla sommità di una montagna, vestita con abito nuziale. Qui essa sarebbe stata corteggiata da un personaggio temuto dagli stessi dei.Malgrado questo, i genitori non volendo disubbidire alle predizioni dell’oracolo, portarono, al calar del sole, Psiche sulla montagna prescelta vestita di nozze, e la lasciarono lì sola al buio.
    Solo quando lei restò da sola venne uno Zefiro che la sollevò e la trasportò in volo su un letto di fiori profumati. Psiche si svegliò quando sorse il sole e guardandosi attorno vide un torrente che scorreva all’interno di un boschetto. Sulle rive di questo torrente s’innalzava un palazzo d’aspetto cosi nobile da sembrare quello di un dio. Psiche, quando trovò il coraggio di entrare, scoprì che le sale interne erano più splendide, tutte ricolme di tesori provenienti da ogni parte del mondo, ma la cosa più strana era che tutte quelle ricchezze sembravano abbandonate. Lei di tanto in tanto si domandava di chi fossero tutti quei beni preziosi, e delle voci gli rispondevano che era tutto suo e che loro erano dei servitori al suo servizio.
    Giunta la sera lei si coricò su un giaciglio e sentì un’ombra che riposava al suo fianco, si spaventò, ma subito dopo, un caldo abbraccio la avvolse e sentì una voce mormorarle che lui era il suo sposo, e che non doveva chiedere chi fosse ma soprattutto non cercare di guardarlo, ma di accontentarsi del suo amore. La soffice voce e le morbide carezze vinsero il cuore di Psiche e lei non fece più domande. Per tutta la notte si scambiarono parole d’amore, ma prima che l’alba arrivasse, il misterioso marito sparì, promettendole che sarebbe tornato appena la notte fosse nuovamente calata. Psiche attendeva con ansia la notte, e con questo l’arrivo del suo invisibile marito, ma i giorni erano lunghi e solitari, quindi decise, con l’assenso del marito, di fare venire le sue sorelle, anche se Amore l’avvertì che sarebbero state causa di dolore e d’infelicità.
    Il giorno seguente, un Zefiro portò le due sorelle da Psiche, lei fu felice di rivederle, e le due non furono di meno vedendo le ricchezze che possedeva. Ogni volta che le due facevano domande sul marito, Psiche sviava sempre la risposta o rispondeva che era un ricco re che per tutto il giorno andava a caccia. Le sorelle s’insospettirono delle strane risposte che dava Psiche, loro credevano che stesse nascondendo il marito perché era un mostro. Queste allusioni Psiche li smentì tutte, fino a quando non cedette e raccontò che lei non aveva mai visto il marito e che non conosceva nemmeno il suo nome. Allora le due maligne, accecate dalla gelosia, insinuarono nella mente della povera ragazza che suo marito doveva essere un mostro il quale nonostante le sue belle parole non avrebbe tardato a divorarla nel sonno.
    Quella notte come sempre Amore raggiunse Psiche e dopo averla abbracciata si addormentò. Quando fu sicura che egli dormisse, si alzò e prese una lampada per vederlo e un coltello nel caso in cui le avrebbe fatto del male. Avvicinandosi al marito la luce della lampada gli rivelò il più magnifico dei mostri, Amore era disteso, coi riccioli sparsi sulle guance rosate e le sue ali stavano dolcemente ripiegate sopra le spalle. Accanto a lui c’erano il suo arco e la sua faretra. La ragazza prese fra le mani una delle frecce dalla punta dorata, e subito fu infiammata di rinnovato amore per suo marito. Psiche moriva dalla voglia di baciarlo e sporgendosi, su di lui, fece cadere sulla sua spalla una goccia d’olio bollente dalla lampada.
    Svegliato di soprassalto, Amore balzò in piedi e capì quello che era successo e disse che lei aveva rovinato il loro amore e che ora erano costretti a separarsi per sempre. Lei si gettò ai suoi piedi ma Amore dispiegò le ali e scomparve nell’aria e con lui anche il castello.
    La povera Psiche si ritrovò da sola nel buio, chiamando invano l’amore che lei stessa aveva fatto svanire. Il primo pensiero di Psiche fu quello della morte, correndo verso la riva di un fiume lei si gettò dentro ma la corrente pietosa la riportò sull’altra riva, cosi iniziò a vagare per il mondo a cercare il suo amore. Amore, invece, tormentato dalla febbre per la spalla bruciata, o forse dallo stesso dolore di Psiche, trovò rifugio presso la dimora materna.
    Afrodite, quando venne a sapere che suo figlio aveva osato amare una mortale, che tra l’altro sua rivale, lo aggredì. Ma non potendo fare niente di male al figlio pensò di vendicarsi su Psiche, e con il permesso di Zeus mandò Ermes in giro per il mondo a divulgare la notizia che Psiche doveva essere punita come nemica degli dei, e che il premio per la sua cattura sarebbero stati sette baci che la stessa dea avrebbe donato. La notizia giunse fino alle orecchie di Psiche, che decise di sua volontà di andare sull’Olimpo a chiedere perdono. Appena arrivata sull’Olimpo, Afrodite,le strappò i vestiti e la fece flagellare, affermandole che questa era la punizione di una suocera addolorata per il figlio malato. Dopodiché le ordinò di ammucchiare un cumulo di grano, orzo, miglio e altri semi; di prendere un ciuffo di lana dal dorso di una pecora selvatica dal manto dorato; di riempire un’urna con le acque delle sorgenti dello Stige.
    In poche parole tutti compiti impossibili, che però Psiche riuscì a compiere con l’aiuto di formiche, che accumularono il grano, di una ninfa, che le spiegò come e quando avvicinare la pecora, e perfino dell’aquila di Zeus, che l’aiutò a prelevare le acque dello Stige. Queste erano solo alcune delle crudeltà che Afrodite infliggeva alla povera Psiche, ma quando Amore seppe di quello che stava succedendo in casa di sua madre, salì sull’Olimpo da Zeus per permettere il suo matrimonio con Psiche.
    Zeus, non potendo rifiutare la supplica di Amore, fece riunire tutti gli dei dove partecipò anche Psiche. A questa assemblea Zeus decise di elevare al grado di dea, Psiche. Cosi dicendo egli diede la coppa di nettare divino alla mortale che accettò con molta paura. Dopo svariate sofferenze, Psiche fu ben accolta sull’Olimpo, anche da sua suocera poiché aveva ridonato il sorriso al figlio, lo stesso giorno fu allestito un banchetto nuziale per festeggiare la nuova coppia.

    Amore e Psiche avevano trovato la felicità, ed il loro figlio fu una splendida femminuccia, alla quale fu dato il nome di Voluttà.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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  • enzetto (IT1)enzetto (IT1) Post: 1,284
    modificato 18.05.2014
    La leggenda dell'usignolo
    Leggenda giapponese


    In un'isola lontana di un paese del Sol Levante regnava un superbo imperatore. Era un sovrano molto vanitoso, che amava circondarsi di cose stupende e perciò tutto nel suo regno era incantevole. Anche sua figlia era bellissima ed egli l'aveva chiamata Splendore del Giorno. L'imperatore sceglieva per lei i vestiti più sontuosi, pretendeva che si ornasse con gemme e diademi preziosi e che il suo trucco fosse perfetto. Non l'abbracciava mai; la guardava solo per assicurarsi che la sua bellezza e il suo abbigliamento fossero sempre degni di una regina.
    Ma Splendore del Giorno si sentiva oppressa da tutte queste ricchezze, priva di affetto e schiava della vanità del padre. Trascorreva il suo tempo passeggiando lungo i viali più reconditi dell'immenso giardino per nascondere agli altri le sue lacrime. Ella sognava d'essere povera, ma libera e amata.
    Un mattino, in cui si sentiva più triste del solito, la principessa si rivolse al Buddha di giada del suo palazzo, con questa preghiera:

    - O dio della saggezza, aiutami a fuggire da questa prigione. Dammi la possibilità di andar via col vento profumato sui prati fioriti e di volare con gli uccelli nel cielo turchino.
    Buddha indossò allora una veste di luce e così rispose alla giovane:

    - Ti offro cento lune per ubriacarti di libertà. Ogni sera, all'ultimo rintocco della mezzanotte, ti trasformerai in un uccello. Ma non appena il sole sorgerà, tu tornerai ad essere quella che sei, la principessa Splendore del Giorno.
    Sappi però che l'incantesimo durerà fino al termine delle cento lune.

    - Sono pronta ad assumermi tutti i rischi - affermò la giovane.

    Buddha mantenne la sua promessa e quella stessa notte, al dodicesimo tocco della mezzanotte, Splendore del Giorno fu trasformata in un uccello. Finalmente poteva allontanarsi dalla sua prigione dorata!
    Volò in alto, ancora più in alto finché la sua casa non divenne che un punto luminoso e lontano. Piena di felicità, Splendore del Giorno si mise a cantare e il suo canto melodioso si propagò per la campagna addormentata come un inno di gioia. All'alba l'incantesimo cessò e, riprese le sue sembianze, la principessa tornò al palazzo reale.
    Ben presto però l'imperatore venne a sapere che, quando scendeva la notte e la luna brillava sul mare, un uccello cantava in modo così melodioso che certamente doveva trattarsi di un essere divino. Che tipo di uccello era quello che egli ancora non possedeva? Subito ordinò ai suoi soldati di catturarlo.
    Passò un mese, ma i samurai non riuscirono a prendere lo straordinario esemplare. Infatti Splendore del Giorno riusciva abilmente a sfuggire a tutte le trappole che le venivano tese. Fu così che il superbo imperatore, beffato dall'uccello sconosciuto, si ammalò. Perse l'appetito e il sonno, deperì ogni giorno di più e alla fine dovette mettersi a letto.
    Splendore del Giorno, preoccupata per la sorte del padre, pregò di nuovo Buddha:

    - O dio della saggezza, sono pronta a sacrificare la mia libertà in cambio della vita di mio padre. Ti supplico, rompi l'incantesimo e guariscilo dal suo folle male.
    - Non è in mio potere salvare tuo padre dalla sua stupida ambizione. Tuttavia accolgo la tua richiesta di rompere l'incantesimo, anche se le cento lune non sono ancora trascorse. Può darsi che in questo modo tuo padre ritrovi il piacere di vivere e che questa prova possa averlo reso più umile.

    Da allora Splendore del Giorno circondò il padre di amore e di premure e, per aiutarlo a guarire, chiamò al suo capezzale i più famosi dottori che gli prodigarono cure d'ogni genere. Malgrado ciò il sovrano, sognando l'uccello divino, si consumò lentamente fino a morire.
    Splendore del Giorno aprì ai sudditi più poveri del regno le porte del suo palazzo e mise a disposizione di tutti, contadini e pescatori, le immense ricchezze che suo padre, con orgoglio e vanità, aveva accumulato.
    Adorata dalla sua gente, che la venerò come una dea, la principessa visse felice e finalmente libera.
    Il dio Buddha, per ripagarla di tanta generosità, popolò la sua isola di uccelli divini, a cui Splendore del Giorno diede il nome di usignoli.
    Da quel momento, e sono passati ormai tanti secoli, quando la luna emana i suoi ultimi chiarori e il sole comincia a tingere di rosa il cielo, l'usignolo canta: il suo canto melodioso è un inno alla libertà dell'uomo.


    Ogni persona deve guardare dentro di sè
    e se quello che vede non gli piace,
    deve avere il coraggio e la forza di cambiare.
    Ma se quello che vede gli piace sempre,
    allora non può più cambiare.



    Enzetto potente come il tuono e veloce come il lampo
  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 18.05.2014
    Un amore disperato
    La leggenda della Dama Bianca


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    La leggenda narra che in un tempo assai remoto nella rocca di Duino abitava un cavaliere malvagio che disprezzava la sua sposa gentile e virtuosa.
    Questa lo amava a tal punto da perdonargli tutte le offese e sperava di poter intenerire il suo cuore con parole amorevoli. L'uomo, invece, infastidito dall'atteggiamento della moglie, aveva escogitato un piano per ucciderla.
    Una sera l'attirò su una roccia stretta sotto le muraglie del castello per spingerla in mare. Esterrefatta la castellana volse lo sguardo al cielo, domandandogli aiuto. Un grido appena soffocato le uscì dalla bocca e rimase interrotto: nel suo grande dolore era rimasta pietrificata.

    Da quel giorno verso l'ora degli spiriti la Dama Bianca si stacca dalla roccia e comincia a peregrinare. Per tre volte appare e per altrettante scompare nelle cupe sale del castello. Passa attraverso le porte chiuse, vaga di sala in sala finché non ritrova la culla in cui un tempo dormiva suo figlio.
    Lì la Dama Bianca rimane in un silenzio profondo fino all'alba, quando, abbandonata quella culla, ritorna alla sua roccia, dove il dolore la trasforma nuovamente in pietra.

    Altri, invece, raccontano di un candelabro romano che si trova in una sala del castello e che ogni notte arde ed attraversa i saloni, mentre le porte si aprono da sole.
    È la Dama Bianca che lo regge quando, invisibile, vaga disperata per il castello.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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  • enzetto (IT1)enzetto (IT1) Post: 1,284
    modificato 18.05.2014
    La scomparsa di Atlantide
    Leggenda bretone



    Moltissimo tempo fa, in un piccolo paese della Bretagna, la giovane Arnaude conduceva un'esistenza felice in compagnia dei suoi genitori.
    In una notte di tempesta, una nave che passava di lì fu travolta dalle onde del mare e andò a conficcarsi sulle rocce della costa proprio nel punto in cui sorgeva l'abitazione della fanciulla. I suoi genitori videro con preoccupazione arrivare nella loro casa uomini di cui non conoscevano neanche la lingua, ma si tranquillizzarono non appena arrivò il capo dei naufraghi, il sultano d'Atlantide, che chiese loro ospitalità.
    Il giorno dopo la notizia si diffuse nel villaggio e tutti accorsero in aiuto del sultano e del suo equipaggio. Sulla spiaggia e nella brughiera regnò per diversi giorni una grande agitazione. Si sentivano ovunque i colpi dei martelli e delle asce, l'eco dei passi degli uomini impegnati a riparare la nave danneggiata.
    Arnaude offriva ai lavoratori latte fresco, sidro, miele e frutta, che ella stessa raccoglieva dagli alberi. Con mano esperta applicava sulle ferite dei naufraghi unguenti balsamici che ne favorivano la guarigione.
    Il sultano, affascinato dalla sua dolcezza e dalla bellezza dei suoi profondi occhi azzurri, trascorreva molte ore in compagnia di Arnaude. La giovane lo accompagnava nei luoghi più belli della sua terra. Insieme visitavano i punti più nascosti della foresta, si dissetavano alle più fresche sorgenti. Arnaude insegnò al sultano il linguaggio degli uccelli che popolano ancora oggi le coste della Bretagna, gli raccontò le leggende di quei luoghi.
    Il sovrano si innamorò perdutamente di lei e volle sposarla. Nella radura dei dolmen un vecchio druido benedisse la loro unione, accompagnata da una grande festa che durò sette lunghi giorni. Durante il ricevimento, la felicità dei giovani fu però offuscata quando il mago del villaggio lesse nelle stelle dei cattivi auspici. Ma Arnaude e il suo sposo erano troppo innamorati e dimenticarono ben presto l'oscura profezia.
    Non appena la nave fu riparata, i due giovani sposi partirono felici per la terra di Atlantide. Il viaggio fu lungo ma i venti del mare benevoli gonfiavano le vele permettendo una navigazione regolare.
    Finalmente un mattino, dall'alto del pennone, Arnaude vide la sua nuova patria: una città tutta bianca che spiccava sull'intenso azzurro del mare e sulla quale dominava la meravigliosa reggia del sultano. I due giovani attraversarono le strade fra le acclamazioni della folla che salutava festosamente il rientro del sovrano.
    Iniziò per Arnaude una nuova vita. Il suo sposo faceva di tutto per renderla felice; la giovane viveva come in una favola, passando di meraviglia in meraviglia.
    Ma l'incanto stava per finire. Era una notte calma, le stelle brillavano lucenti nel cielo; i due sposi passeggiavano lungo la spiaggia, quando una voce ruppe il silenzio ricordando al sultano d'aver violato la legge divina. Egli avrebbe dovuto sposare una dea di Atlantide ma, venendo meno a quel patto, aveva attirato su di sé e sul suo popolo la maledizione degli dei.
    Il giovane sultano pregò e supplicò la voce invisibile di risparmiare il suo popolo e la sua sposa: egli era il colpevole e perciò egli solo era meritevole di castigo.
    Ma gli dei non s'impietosirono. In quello stesso momento, sotto gli occhi spaventati di Arnaude, il suolo si aprì e Atlantide, inghiottita dalle viscere della terra, fu trascinata verso le più grandi profondità insieme al suo sovrano e a tutti gli abitanti che vennero trasformati in conchiglie.
    La giovane donna, trasportata da un vento impetuoso, si ritrovò di lì a poco sulla spiaggia del suo villaggio. Gli dei le avevano concesso di sopravvivere affinché la leggenda di Atlantide non andasse perduta.
    La fanciulla ne scrisse la storia e la rinchiuse in uno scrigno insieme a una cartina di Atlantide, permettendo così alle successive generazioni di venirne a conoscenza.
    Si racconta che ogni settantacinque anni il favoloso continente riemerga dalle acque e sia visibile per la durata di un'intera notte


    Ogni persona deve guardare dentro di sè
    e se quello che vede non gli piace,
    deve avere il coraggio e la forza di cambiare.
    Ma se quello che vede gli piace sempre,
    allora non può più cambiare.



    Enzetto potente come il tuono e veloce come il lampo
  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 18.05.2014
    La leggenda di Morgana
    Questo avvenne al tempo dei conquistatori, quando i barbari scendevano in orde compatte e travolgenti verso i paesi del sole.

    Un'orda di questi conquistatori, dopo avere attraversato tutta la penisola, giunse al mare Ionio e si trovò davanti allo stretto che divide la Sicilia dalla Calabria. A pochi chilometri, sull'altra sponda, un'isola incantevole sorgeva, con le sue spiagge coperte di aranci e di ulivi, con un gran monte fumante - l'Etna - e una terra ubertosa e ricca.

    Come fare a raggiungerla? Il Re barbaro la contemplava cupidamente, stando in groppa al suo cavallo, ma davanti al mare si trovava impotente. Egli non possedeva neppure una barca: quella terra per lui era perciò irraggiungibile.

    Improvvisamente una donna meravigliosamente bella gli apparve davanti e gli rivolse cortesemente la parola: - Vedo che guardi con rammarico quella bella isola, la vuoi? Ecco che io te la do con le sue città, con le sue campagne profumate e coi suoi monti che vomitano fuoco. Guardala, è a due passi da te.

    Era d'agosto, il cielo e il mare erano senza una bava di vento, e una leggiera nebbiolina color di opale velava l'orizzonte. Improvvisamente, a un cenno della donna, una cosa miracolosa apparve agli occhi del barbaro.
    La Sicilia era li a due passi da lui.
    Guardando nell'acqua egli vedeva nitidi, come se potesse toccarli con le mani, i monti dell'isola coperti di olivi, le spiagge tutte verdi di aranci e di limoni, le vie di campagna con gli asinelli che vi camminavano, il porto di Messina con le navi, le vele, i carichi sui moli e perfino i marinai che scaricavano le merci.

    Con un grido di gioia il Re barbaro balzò giù da cavallo e si buttò in acqua, sicuro di poter raggiungere con due bracciate l'isola desiderata, ma l'incanto si ruppe, e il Re affogò miseramente.

    Quella visione era un miraggio, un giuoco di luce della bella donna sconosciuta, che altri non era se non la fata Morgana.

    E il fenomeno si ripete ancora oggi nei giorni calmi e limpidi di estate. Spesso in agosto e nelle calme albe settembrine, nelle acque della riva di Reggio si vede specchiato, limpido e preciso, il litorale siciliano con le case, le piante, i giardini, le navi e perfino gli uomini che lavorano nelle cale del porto.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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  • modificato 18.05.2014
    Il pettirosso:
    C'erano dei cavalieri su destrieri superbi, servi con lunghe lance, assistenti del boia con chiodi e martelli, v’erano sacerdoti dall’incedere dignitoso, e giudici, donne piangenti, e davanti a tutti una massa di popolo che correva selvaggiamente, un accompagnamento orrendo, ululante di vagabondi. L'uccellino tremando stava sull'orlo del suo nido. Temeva ad ogni istante che il piccolo cespuglio di spine venisse calpestato e i suoi piccini rimanessero uccisi.
    « State in guardia, » gridò ai piccini inermi « state tutti vicini e state zitti! Ecco un cavallo che viene proprio su di noi! Ecco un guerriero coi sandali ferrati! Ecco tutta la folla selvaggia! »
    Ad un tratto l'uccello smise di gettare i suoi gridi d'allarme e tacque. Dimenticò quasi il pericolo sovrastante.
    Improvvisamente saltò giù nel nido, e allargò le ali sopra ai piccini.
    « No, è troppo tremendo » disse. « Io non voglio che voi vediate. Sono tre malfattori che vengono crocifissi. »
    E allargò le ali affinché i piccini nulla potessero vedere. Udirono soltanto dei colpi di martello rimbombanti, grida di dolore e gli urli selvaggi della folla.
    Il pettirosso seguì tutto lo spettacolo con gli occhi che si dilatavano dal terrore. Non poteva allontanare gli sguardi dai tre infelici.
    « Come gli uomini sono crudeli! » disse l'uccello dopo un momento « non si accontentano d'inchiodare quei poveretti sulle croci, no, sulla testa di uno hanno anche posto una corona di spine. Io vedo che le spine hanno ferito la sua fronte così da fare scorrere il sangue » continuò. « E quell'uomo è così bello e si guarda attorno con sguardi così dolci che ognu*no deve sentire d'amarlo. Mi pare che una freccia mi stia tra*figgendo il cuore nel vederlo soffrire. »
    Il piccolo uccello sen*tiva crescere la sua compassione per l'incoronato di spine.
    « Se io fossi mia sorella l'aquila, » pensò « strapperei i chiodi dalle sue mani e con i miei forti artigli scaccerei tutti coloro che lo fanno soffrire.»
    Egli vide il sangue gocciolare sulla fronte del Crocifisso e non poté stare fermo nel suo nido.
    « Benché non sia che piccolo e debole, pure debbo poter fare qualche cosa per questo povero martoriato » pensò l’uccello: e allargò le ali e volò via per l’aria, descrivendo larghi giri intorno al Crocifisso.
    Gli volò intorno parecchie volte senza ardire d’avvicinarsi, perché era un uccellino timido, che non aveva mai osato avvicinarsi ad un uomo. Ma un po’ per volta si fece coraggio, volò molto vicino e col becco tolse una spina che si era piantata nella fronte del Crocifisso.
    In quel momento una goccia di sangue del Crocifisso cadde sul petto dell’uccello. Si allargò rapidamente, colò giù e tinse tutte le pennine delicate del petto. Ma il Crocifisso aperse le labbra e sussurrò all’uccello: « Per la tua pietà ora avrai quello che la tua razza ha desiderato sempre da quando fu creato il mondo ».
    Poco dopo, quando l’uccello ritornò al suo nido, i piccini gridarono: « Il tuo petto è rosso, le penne del tuo petto sono più rosse delle rose! »
    « Non è che una goccia di sangue della fronte di quel pover’uomo » disse l’uccello. «Scomparirà, appena farò il bagno in un ruscello o in una limpida sorgente. »
    Ma quando l’uccellino fece il bagno la macchia rossa non scomparve dal suo petto, e quando i suoi piccini divennero grandi, la tinta rossa splendeva anche sulle penne dei loro petti, come d’allora in poi splende sul petto e sulla gola di ogni pettirosso.


    Selma Lagerlof..
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  • Nemain (IT1)Nemain (IT1) IT1 Post: 1,576
    modificato 19.05.2014
    LA LEGGENDA DEL GIRASOLE

    "Clizia era una giovane ninfa, innamorata persa del Sole, lo seguiva tutto il giorno mentre lui guidava il suo carro di fuoco per tutto l'arco del cielo. Il sole, lusingato e un pochino intenerito da quella devozione... credette di esserne a sua volta innamorato e decise di sedurla cosa non difficile per lui!
    Ma ben presto il Sole si stancò dell'amore di Clizia e non le prestò più alcuna attenzione
    La povera ninfa pianse ininterrottamente per nove giorni interi. Immobile in mezzo a un campo, osservava il suo amore attraversare il cielo sul suo carro di fuoco.
    Così, pian piano, il suo corpo si irrigidì, trasformandosi in uno stelo sottile ma resistente, i suoi piedi si conficcarono nella terra mentre i suoi capelli diventarono una gialla corolla; si era trasformata in un fiore bellissimo color dell'oro... Il girasole...
    Ma anche nella sua nuova forma la piccola ninfa innamorata continua tuttora a seguire il suo amore durante il giro nel cielo".
    nihal @ au 1
    So close no matter how far,couldn't be much more from the heart,forever trust in who we are and nothing else matter
    never care for what they do,never car for what they know but I know        James Hetfield
  • enzetto (IT1)enzetto (IT1) Post: 1,284
    modificato 19.05.2014
    Il Triangolo delle Bermude
    Leggenda americana


    Triangolo delle Bermude: è così detta un'area dell' Atlantico Occidentale al largo della costa sud-est degli Stati Uniti, dove centinaia di navi, aerei e persone sono letteralmente svaniti nel nulla. Questo fenomeno è uno dei più grandi misteri insoluti del nostro tempo.
    Moltissimo tempo fa nell'arcipelago delle Bermude si trovava un'isola che era un vero paradiso. Vi abitavano gli dei dell'universo che si cibavano di frutti delicati e organizzavano feste meravigliose, rallegrate da canti e suoni ancora sconosciuti.
    Ma nel grande libro del destino era scritto che il passaggio di un uomo sull'isola incantevole avrebbe posto fine a questa felicità.

    Tutto iniziò quando la dea della Notte scoprì sulla spiaggia il corpo esanime di un pescatore. La dea s'impietosì e lo trasportò nella sua tenda. Lo curò con amore e il naufrago a poco a poco riprese conoscenza. Si guardò intorno e non credeva ai suoi occhi: era adagiato su un letto di nuvole e vicino a lui servi dai lunghi capelli d'argento gli offrivano cibi prelibati su piatti d'oro. Al suo capezzale una giovane di rara bellezza leniva le sue pene con unguenti magici. La meravigliosa sconosciuta sorrise, dicendogli:

    - Sono la dea della Notte. -

    Subito però aggiunse con fermezza:

    - Devi lasciare quest'isola al più presto. Se gli dei scoprissero la tua presenza, ti ucciderebbero senza pietà.
    - Lo farò - rispose il pescatore, - ma come posso rivedervi?

    Facendosi promettere il silenzio, la dea gli diede allora un anello dotato di magici poteri, che gli avrebbe permesso di andare da lei, qualora l'avesse desiderato. Poi accompagnò il pescatore in un'insenatura e lo fece salire su una piccola imbarcazione che lo ricondusse al suo villaggio.
    Ma il giovane non seppe conservare il segreto per sé.
    Volle raccontare agli altri la sua eccezionale avventura, suscitando curiosità e bramosia nei giovani della tribù. Molti di essi infatti decisero di partire alla ricerca della terra misteriosa.
    Il pescatore ebbe allora paura e volle avvertire colei che gli aveva salvato la vita. Corse così verso il luogo incantato, ma era troppo tardi: l'isola era scomparsa.
    In quel momento il mare s'illuminò, il cielo si coprì di un chiarore strano e una forza magnetica attrasse l'uomo, che si volatilizzò scomparendo per sempre... Uguale sorte toccò ai giovani che arrivarono dopo di lui: Sparirono d'un tratto e di loro non si ebbe più alcuna notizia.
    Ai nostri giorni questo luogo si chiama il Triangolo delle Bermude. E ancora oggi cose e persone, che si avvicinano laddove sorgeva l'isola, svaniscono misteriosamente.
    Secondo la leggenda è questa la vendetta stabilita dagli dei per punire l'ingratitudine degli uomini. Si dice inoltre che quanti si perdono nel nulla vengono trasformati in schiavi dalla dea della Notte, che li condanna al silenzio e alla solitudine eterna.


    Ogni persona deve guardare dentro di sè
    e se quello che vede non gli piace,
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    Ma se quello che vede gli piace sempre,
    allora non può più cambiare.



    Enzetto potente come il tuono e veloce come il lampo
  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 19.05.2014
    La Banshee

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    Nel folklore celtico la Banshee era l’essere che seguiva i cortei funebri, e la leggenda racconta che queste entità indicassero la futura morte di uno dei partecipanti al corteo funebre. Secondo questa tradizione, più il numero delle banshee era maggiore, e più il defunto era particolarmente importante o perfino “santo”. Pare che questi esseri fossero anche scortati da una carrozza nera trainata da cavalli anch’essi neri, ma senza testa.
    Si narra inoltre che le Banshee si aggirino durante la notte nei pressi delle abitazioni dov’è presente un moribondo, e che strizzino i sudari di colui che è destinato a morire. La si può sentire o anche vedere nelle vicinanze di una casa mentre piange e singhiozza solitaria, spesso “per tutta la notte e per le tre notti successive“.
    Sebbene le Banshee siano descritte belle da qualcuno ed orribili da altri, tutti convengono che ci sia qualcosa di terrificante nel guardarle. Essa può apparire come una splendida ragazza, come una donna matura o come una vecchina minuta (cioè nei tre aspetti della Dea), e può essere vestita di bianco o di rosso, con lunghissimi e bellissimi capelli (bianchi, castani, rossi o dorati) che ama pettinare con un pettine d’oro o d’argento.


    La Banshee più famosa si chiamava Aibhill, e proteggeva la famiglia O’Brian. Stando alla leggenda, nel 1014 Brian O’Brian si lanciò nella battaglia di Clontarf pur sapendo di andare incontro a morte certa, dal momento che la notte precedente Aibhill gli era apparsa mentre lavava la biancheria dei soldati, finché l’acqua non si tinse completamente del colore vermiglio del sangue.
    Questo è anche il triste racconto di Lile McGinley, soprannominata l’infelice. La nobile ed allora centenaria signora viveva con la servitù nel suo immenso castello, senza più alcun parente a Leitrim. Tutti l’avevano abbandonata, considerandola una povera pazza, ma Lile celava dentro di sé qualcosa che, durante quegli anni, l’aveva tormentata e per questo, fatta impazzire.

    Quando era ancora giovane e bella, Lile, come ogni ragazza del mondo, s’innamorò di un uomo buono e generoso, Brian O’Brian. Quell’amore, purtroppo, era ostacolato dai cattivi rapporti esistenti tra le loro nobili famiglie, per via di motivi politici, che poco interessano ai veri innamorati di qualsiasi epoca e nazione.
    Il padre di Lile era, infatti, un ricco protestante, da sempre contrario all’indipendenza dell’Irlanda, leale verso la Corona Inglese; mentre la famiglia O’Brian, cattolica e di antiche origini, si schierava dalla parte dei repubblicani, desiderosi di unire tutte le contee d’Irlanda. Lile e Brian volevano soltanto vivere apertamente quel dolce sentimento che li rendeva così simili, anche se culturalmente diversi.
    Dopo essere trascorsi moltissimi anni dalla morte del suo amato, Lile era ancora considerata una pazza, la gente aspettava di vederla scomparire per sempre, perché così si sarebbe chiusa la storia di una famiglia che, secondo gli abitanti della contea, aveva portato soltanto grande sfortuna.
    In Irlanda, però, i miti sono legati alle Fate e agli Spiriti della Natura, ed anche la storia di Lile e Brian era collegata ad una leggenda triste e spaventosa, quella di Aibhill, appunto.
    Circa mille anni fa, quella regione dell’Isola di Smeraldo era abitata dal Piccolo Popolo che fu assalito ed occupato dai Celti; i superstiti continuarono a vivere nascosti nei boschi, man mano divennero sempre più piccoli, si adattarono all’ambiente e lì fecero la conoscenza delle Fate, che donarono loro tutto il sapere e il potere degli Elfi, aiutandoli contro gli odiati invasori Celti. Secondo alcune leggende, gli esseri fatati rapivano i figli neonati dei Celti per vendicare il Piccolo Popolo.
    La figlia del capo del Piccolo Popolo era Aibhill, il cui destino fu molto simile a quello della povera Lile, infatti, anche il cuore della fanciulla si consumò d’amore per quello di un giovane cavaliere. Purtroppo quel giovane era un Celto e la ragazza non avrebbe mai potuto amare liberamente colui che suo padre odiava immensamente.

    Per qualche tempo Aibhill riuscì a proteggere quel sentimento, incontrava l’amato nei boschi e nelle paludi, poi, un giorno, forse a causa di qualche Fata crudele, il loro segreto fu svelato e il padre di Aibhill decise di punire la figlia per quell’oltraggio. La fanciulla fu rinchiusa in una gabbia di cristallo, e a niente valsero le sue grida e le suppliche pietose, perché davanti ai suoi occhi il giovane celto fu giustiziato atrocemente.
    Da quel giorno Aibhill sembrò impazzita, la notte piangeva ed urlava disperatamente, i suoi lamenti furono così acuti che riuscirono a rompere la fragile prigione e le permisero di fuggire via. Non fu mai più ritrovata, forse, intontita dal dolore, vagò nei boschi e nelle valli fino a che morte naturale non la sorprese.
    Nelle notti di luna piena, alcuni irlandesi confessano di aver sentito il pianto di Aibhill che echeggia nella valle, e chiunque riesca ad udire la sua voce ne rimane terrorizzato, poiché nelle sue urla è racchiuso tutto il dolore del mondo.
    La fanciulla divenne, infatti, simbolo di sfortuna e di malaugurio e fu denominata una Banshee, una specie di fata solitaria, uno spirito femminile che si aggira attorno ai fiumi e alle sorgenti d’Irlanda, il cui aspetto è spaventoso, con gli occhi rossi e gonfi per il pianto che versa sulle tombe di tutti coloro che in vita hanno sofferto per amore. Essa è quindi uno spirito maligno, che non si mostra mai agli uomini, con l’eccezione di coloro che sono prossimi alla morte e a cui giunge tale presagio.
    Il gemito di una Banshee trapassa la notte, è una nota che sorge e precipita come le onde del mare, appare su per le colline scure, la sua figura bianca e luminosa si contrappone bruscamente contro le tenebre, i capelli grigio argento fluttuano e s’intrecciano, il mantello bianco, tessuto di ragnatela, si avvinghia stretto al suo corpo.
    Si racconta che ogni Banshee, prima di divenire orrenda, fosse una bella donna che faceva innamorare i cavalieri, il dolore e lo strazio, però, sono in grado di trasformare ogni lineamento, tanto da cancellare la bellezza di un tempo, il viso diventa pallido, gli occhi di sangue e con tali sembianze, la Banshee compare nel buio e terrorizza chiunque, tanto da essere definita la Signora della Morte.
    Forse adesso capirete perché la povera Lile venne allontanata da tutti a Leitrim, Brian morì tra le sue braccia, lui, che credeva nella pace e nell’unione del popolo irlandese; in una di quelle rivolte sanguinose, la vita del giovane fu spezzata, proprio per mano del padre di Lile.
    La dolce e bella irlandese non fu più la stessa, si rinchiuse in casa, iniziò ad imbruttirsi, divenne spaventosa nello sguardo e nel fisico, inguardabile e per questo abbandonata da tutti, nascosta, più per vergogna, nelle sue stanze, dove trascorse tutta la vita. Quanto sarebbe stato meglio morire d’improvviso, ma neanche questo le concesse la natura…
    Dalla sua finestra Lile vide gli anni passare, guardò da spettatrice impassibile ogni rivolta civile, il sangue di altri uomini versato, il pianto di altre donne chine sui corpi dei mariti, dei padri e dei fratelli morti; la mente svuotata della vecchia signora non rammentava neanche più il colore della bandiera irlandese, il tricolore arancione, bianco e verde, il cui significato era quello di pace duratura tra i Protestanti e i Cattolici d’Irlanda, stretti in una generosa ed eroica fratellanza, ciò per cui aveva combattuto e perso la vita il suo amato Brian.
    Cosa fosse cambiato nella storia del suo popolo e se la morte del suo Brian avesse mai avuto un senso, questo Lile non l’avrebbe saputo mai, e di certo, ancora oggi, il suono acuto del suo pianto, carico di disperazione, ed il tormento di tutta la sua vita, echeggiano nelle valli dell’Isola di Smeraldo, come i lamenti spaventosi della Banshee Aibhill. Alla sua morte, anche la vecchia Lile divenne parte della leggenda d’Irlanda.

    Si dice che chi visiti l’Irlanda non riesca più a dimenticarla, questo è probabilmente uno di quei casi: le atmosfere sono surreali e mitiche, piene di sfumature delicate e magiche, là, forse, con il calare dell’oscurità nella valle, qualche Fatina solitaria svolazza dispettosa, burlandosi della scarsa fantasia degli esseri umani e punendoli per la loro spietatezza, che, il più delle volte, si sostituisce all’ingenuità e alla purezza d’animo infantile.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 20.05.2014
    La dolce storia tra il sole e la luna

    sole-e-luna-yin-e-yang.jpg?w=580&h=330&crop=1

    Quando il Sole e la Luna si incontrarono per la prima volta,si innamorarono perdutamente e da quel momento cominciarono a vivere un grande Amore...

    Allora il mondo non esisteva ancora e il giorno che Dio decise di crearlo, gli donò il tocco finale... la bellezza! E decise anche che il Sole avrebbe illuminato il giorno e la Luna la notte, obbligandoli
    senza volerlo a vivere separati. I due si intristirono molto quando capirono che non si sarebbero mai più incontrati.
    La Luna diventava sempre più amareggiata malgrado la brillantezza che Dio le aveva donato, Lei soffriva di solitudine...Il Sole, a sua volta, aveva guadagnato un titolo di nobiltà "Re degli Astri", ma anche questo non lo rendeva felice...
    Dio li chiamò e li disse "non avete nessun motivo per essere tristi dopotutto avete una brillantezza che vi distingue l'uno dall'altra.
    Tu Luna, illuminerai le notti fredde e calde, incanterai gli innamorati e sarai molte volte motivo di poesia.. Quanto a te Sole, sostenterai questo titolo perchè sei il più importante degli astri, illuminerai la Terra durante il giorno, fornirai calore agli esseri umani e la tua semplice presenza farà le persone felici...
    La Luna si intristì molto per il suo terribile destino e trascorreva i giorni piangendo. Il Sole soffriva per la tristezza della Luna, ma non poteva lasciarsi andare perchè doveva darLe la forza di accettare il destino che Dio aveva deciso per loro. La sua preoccupazione era tanto grande che pensò di chiedere un favore a Dio: "Signore, aiuta la Luna, per favore, lei è più fragile di me, non sopporterà la solitudine". E Dio con la sua bontà creò le stelle per tenere compagnia alla Luna.
    La Luna quando è molto triste ricorre all'aiuto delle stelle, che fanno di tutto per consolarla, ma quasi sempre non ci riescono.

    Tutt'oggi loro vivono così... separati.
    Il Sole finge di essere felice, e la Luna non riesce a nascondere la Sua tristezza. Il Sole è ancora caldo di passione per la Luna e Lei vive ancora nell'oscurità della solitudine.
    Il desiderio di Dio era che la Luna dovesse essere sempre piena e luminosa, ma lei non riusciva ad esaudirlo.. Perchè è una Donna e una Donna nella sua Vita ha delle fasi: quando è felice riesce ad essere piena e luminosa, ma quando è triste è calante, e quando è calante non è nemmeno possibile vedere la Sua brillantezza.
    Luna e Sole seguono il loro destino, Lui solitario ma forte, Lei in compagnia delle Stelle ma debole. Gli umani cercano in tutti i momenti di conquistarLa, come se questo fosse possibile. Ogni tanto alcuni uomini La raggiungono ma ritornano sempre soli, nessuno di loro è mai riuscito a portarLa fino alla Terra, nessuno di loro L'ha veramente conquistata, anche se pensavo di averlo fatto.
    Dio ha deciso che nessun Amore in questo mondo fosse del tutto impossibile, neanche quello
    tra la Luna ed il Sole ed è stato allora che ha creato l'eclissi.

    Oggi Sole e Luna vivono nell'attesa di questo istante, unico momento raro che li è stato concesso. Quando guarderemo il cielo e vedremo il Sole nascondere la Luna è perchè sdraiandosi su di Lei, incominciano ad amarsi....
    La brillantezza della loro estasi è così grande che gli occhi umani non possono guardare l'eclissi... gli occhi potrebbero rimanere accecati... nel vedere tanto Amore.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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  • enzetto (IT1)enzetto (IT1) Post: 1,284
    modificato 21.05.2014
    Il pozzo di Connla
    Leggenda irlandese


    Tanti e tanti secoli fa, lungo la costa irlandese nel punto in cui le città di Golwaj e Clifden si congiungono, c'era una piccola capanna sperduta e disabitata. Chi mai l'avesse costruita era a tutti ignoto. Gli uomini si rifiutavano di abitare quel luogo dove il cielo era quasi sempre grigio e raramente rischiarato dal sole. Inoltre il vento freddo dell' Atlantico vi soffiava così forte che sembrava voler strappare le poche forme di vegetazione che riuscivano a sopravvivere.
    Ma un giorno una giovane donna, con il suo figlioletto appena nato, si rifugiò nella capanna. Si adattò alla solitudine del luogo e imparò a difendersi dal vento e dalle piogge. Vìveva cibandosi degli animali che il mare depositava ogni giorno sulle spiagge e bevendo acqua piovana. Insegnò al suo bambino ad amare quell'universo che a tutti era sembrato ostile.
    Il piccolo crebbe e diventò un uomo forte e saggio. Conosceva ogni aspetto dell'oceano: capiva anche dai segnali più insignificanti l'arrivo delle tempeste, percepiva la direzione delle correnti, coglieva nel colore e nelle trasparenze delle acque l'approssimarsi delle maree. Intuiva inoltre il significato delle nuvole in cielo.
    Ciò che lo affascinava di più era però il mormorio delle onde; in riva al mare si sentiva rapito dal suono che proveniva dall'oceano, a volte dolce, a volte violento, ma sempre ricco di armonia e di mistero. Un giorno decise perciò di andare verso l'ignoto oltre la riva. Con una piccola zattera si abbandonò alle onde del mare e incominciò a remare guardandosi: intorno incantato: l'immensità dello spazio azzurro lo ammaliava.
    Dopo alcune ore di navigazione s'avvide con preoccupazione che stava per scatenarsi un uragano: la sua zattera non avrebbe potuto competere con le forze dell'oceano. Il giovane infatti lottò inutilmente contro le onde, che lo strapparono ai resti della zattera e lo inghiottirono.
    Fu trascinato nel fondo. Si trovò in un mondo calmo e tranquillo, dove strani esseri lo guardavano meravigliati. Infine la corrente, che diventava sempre più impetuosa, lo risucchiò verso un grosso pozzo che si trovava nelle profondità marine.
    Il giovane avvertì una strana sensazione; nel fragore delle acque, che cadevano nel pozzo, gli parve di udire un susseguirsi di espressioni. Erano tante parole nuove a lui sconosciute. Quanta dolcezza! E che suono meraviglioso producevano! Capì che le onde del mare gli parlavano e che egli ne comprendeva il messaggio.
    Durò un attimo quel viaggio misterioso. Poi si trovò di nuovo sulla sua spiaggia. Rivide le luci di sempre, ascoltò i rumori e gli echi a lui noti, risentì il canto degli uccelli. Guardò le onde del mare e vi scorse le tante forme di vita che ben conosceva: il polpo, l'aringa, la seppia. Di lontano intravide il delfino, la balena azzurra. Ma scoprì una cosa strana: era padrone, ad un tratto, di una gamma infinita di suoni e di parole. Con esse poteva descrivere l'universo che lo circondava. Pronunciò, per la prima volta, espressioni mai udite prima. Erano perfette.
    La madre sentì la sua voce, corse verso di lui per riabbracciarlo e rimase per ore ad ascoltare il suo dire.
    Anche gli uomini e le donne che abitavano nei punti più lontani dell'isola lo sentirono e accorsero. Non comprendevano quel linguaggio, eppure il ritmo era così melodioso che ne furono affascinati: era nata finalmente la poesia.
    Ma essa è una ricchezza di pochi. Chi vuole possederla deve infatti riuscire ad arrivare nelle profondità dell'oceano, nel pozzo sottomarino di Connla.


    Ogni persona deve guardare dentro di sè
    e se quello che vede non gli piace,
    deve avere il coraggio e la forza di cambiare.
    Ma se quello che vede gli piace sempre,
    allora non può più cambiare.



    Enzetto potente come il tuono e veloce come il lampo
  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 23.05.2014
    La leggenda della farfalla bianca
    (leggenda giapponese)


    fiori-rosa-e-le-foto-farfalla-bianca-nb20134.jpg

    In una casetta vicino un cimitero dietro ad un tempio viveva un vecchio di nome Takahama.
    Era molto gentile e piaceva a tutti i suoi vicini, anche se molti di essi lo consideravano un po’ pazzo.
    A quanto sembra la sua pazzia consisteva semplicemente nel fatto che non si era mai sposato e non aveva mai mostrato desiderio di trovare una donna.
    Un giorno di estate si ammalò gravemente, vennero chiamati ad assisterlo due nipoti.
    I due arrivarono e fecero tutto ciò che potevano per dargli sollievo nelle sue ultime ore.
    Mentre lo vegliavano, Takahama si addormentò.
    Poco dopo una grande farfalla bianca volò dentro la stanza e si posò sul cuscino del vecchio.
    Il ragazzo cercò di cacciarla via, ma quella tornò tre volte, come se fosse riluttante ad abbandonare il malato.
    Alla fine il nipote di Takahama riuscì a farla uscire in giardino la vide attraversare il cancello ed entrare nel cimitero, dove si posò sulla tomba di una donna e quindi misteriosamente scomparve.
    Sulla tomba c'era scritto il nome “Akiko” insieme a un epitaffio che raccontava come Akiko era morta all’età di diciotto anni.
    Benché la tomba fosse ricoperta di muschio e sembrasse costruita decenni prima, il ragazzo notò che era molto ben curata e circondata di fiori.
    Quando il giovane tornò alla casa, Takahama era ormai spirato.
    Si rivolse al fratello e raccontò quello che aveva visto nel cimitero.
    - Akiko? -
    - Quando Takahama era giovane, fu fidanzato con Akiko.-
    La ragazza morì di tubercolosi proprio il giorno prima delle nozze.
    Quando lasciò questo mondo, Takahama decise che non si sarebbe mai sposato
    e che avrebbe vissuto per sempre vicino alla sua tomba”.
    Per tutti quegli anni Takahama aveva mantenuto la sua promessa e aveva conservato nel cuore tutti i dolci ricordi del suo unico amore.
    Tutti i giorni si era recato nel cimitero, sia che l’aria fosse profumata dalla brezza dell’estate, sia che fosse appesantita dalla neve che cadeva d’inverno.
    Quando Takahama stava morendo e non poteva più svolgere il suo compito amoroso, Akiko era venuta per lui.
    Quella farfalla bianca era la sua anima.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 23.05.2014
    La leggenda della dama del Fujiyama

    Monte-Fuji.jpg

    C'era una volta nel Paese del Sol Levante, una vecchia coppia di nome Kirei e Aiko, che viveva ai piedi del sacro Monte Fuji.
    I due non avevano figli e questo li rattristava molto, pregavano tutti i giorni affinché le divinità gli dessero la gioia di essere genitori e di poter comprendere, che cosa significasse poter crescere il miracolo rappresentato da un neonato e vederlo diventare diventare uomo o donna del domani.

    Un giorno, mentre era immerso in una profonda e silenziosa preghiera interiore, Kirei, l'anziano uomo trovò dietro la sua casa, li dove vi era un folto gruppo di canne di bambù, un cestino di vimini con all'interno una bellissima, sorridente bambina. Sembrava che fosse scesa dalla cima del sacro Fuji o da quel limpido cielo che era padrone di quella splendida giornata primaverile e alzando i suoi poveri ma lucenti occhi immersi da pura gioia, disse: "Gloria a voi, Divinità del Fuji che avete ascoltato la nostra invocazione."

    Quando l'anziano portò la bambina a sua moglie Aiko ella fu meravigliosamente felice, e poiché la neonata era tanto bella e radiosa la chiamarono Principessa Gloria.

    Principessa Gloria crebbe e divenne così bella che al suo passaggio si fermavano tutti ad ammirarla.
    La sua straordinaria bellezza contagiò tutto il mondo intorno a lei, a tal punto che persino il governatore della provincia Tanaka-san, colui che era ritenuto uno dei più affascinati uomini del Paese del Sol Levante finì per corteggiarla e infine si sposarono con la benedizione di entrambe le famiglie.

    Passarono sette anni e Tanaka-san e Gloria erano la perfetta personificazione della felicità e soprattutto dell'amore. Chiunque l'incontrava era contagiato da quella energia che li circondava e questo succedeva anche a chi solo ascoltasse la loro affascinante storia d'amore.

    Arrivò il tempo naturale, che i due felici e anziani genitori di Gloria morirono e lo fecero circondati da una pace irreale.
    Passarono trentatre giorni e Principessa Gloria confessò al marito Tanaka-san che in realtà non era una creatura di questa terra e gli disse: “Mio amato, sappi che io sono la Dama Immortale del Monte Fuji e sono scesa sulla terra solo in risposta alle preghiere di quei due cari vecchi.
    Ora non sono più legata a loro e devo tornare al mio palazzo reale.”

    Tanaka-san era disperato, ma la donna fece del suo meglio per consolarlo. “Quando vorrai mi troverai sulla vetta del Monte Fuji” gli disse. “Vieni quando senti troppo la mia mancanza, oppure guarda in queste due scatole che consegno a te per l'eternità.” E gli diede una scatola di cerini e una magica preghiera che, come il più puro degli incensi aveva il fine di purificare la sua anima e arrivare direttamente il cima al Sacro Fuji. Dopo un dolce sguardo, Principessa Gloria svanì misteriosamente nell’aria.

    Il governatore Tanaka-san, affranto, sentiva così ardentemente la sua mancanza che ben presto aprì la scatola di cerini e ne accese uno visualizzando subito il sacro fuoco del Fuji che attenuò subito il sofferente fuoco interiore. Aprì successivamente anche la seconda scatola ma attraverso il fumo dell’incenso poteva scorgere solo un pallido fantasma, che talvolta svaniva del tutto. Disperato, salì sul monte Fuji, come lei gli aveva suggerito e riuscì ad arrivare in cima.
    Tanaka-san, si avviò verso il grande cratere e guardando attentamente vide il perfetto cono pieno d'acqua e capii che quello che vedeva era il settimo e unico lago invisibile del sacro Monte Fuji, chiamato“Il Lago Gloria” e nel centro vi era un'isola con un bellissimo palazzo reale.

    La dimora reale era scintillante è composta di ogni gemma e di ogni metallo prezioso.
    Al centro del palazzo vi era un padiglione, costruito in finissima giada a più scintillanti colori, coi più bei fiori e i più eleganti e rari tendaggi che nascondevano segretamente l’interno della stanza reale.
    Era il Paradiso, ma attraverso la sua sofferenza interiore e la foschia che vaporava dall’acqua, Tanaka-san poté solo intravedere vagamente la forma seduta sul trono della sua amata Principessa Gloria.
    Amaramente deluso, si voltò verso il lato esterno del cima del sacro Fuji, si strinse al cuore la scatola donatogli dalla sua amata Principessa Gloria e dopo aver pronunciato con il cuore la divina preghiera, si gettò nel vuoto dei 3777 metri del sacro Monte Fuji.

    Durante il volo, Tanaka-san rivisse tutti i momenti felici passati con la sua amata Principessa Gloria e Il fuoco del suo ardente amore purificato dalla sacra preghiera donatogli dalla sua amata, incendiò la scatola di cerini che lo fece diventare come il più puro degli incensi ed il fumo di questo fuoco è quel fumo particolare che soltanto il Fuji fa conoscere sotto varie forme, che tanti poeti hanno cantato nei loro versi d’amore e di desiderio.

    Passarono molti anni e la loro storia divenne leggenda e venne tramandata da padre in figlio.
    Ancora oggi, bambini, ragazzi e adulti sinceramente innamorati che si aggirano nei pressi del Sacro Monte Fuji, dichiarano di aver visto Tanaka-san e la Principessa Gloria insieme sotto la forma unificata del dio del Sacro Fuji.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 24.05.2014
    La leggenda della Luna Piena

    halloween4d.jpg

    In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.
    In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.
    Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:
    - Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-
    - Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! - rispose il lupo.
    La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.
    - Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto - disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.
    Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.
    Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.
    I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
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    modificato 25.05.2014
    La Storia di Ailinn e Baile

    questa.jpg

    Baile dell’ Ulaid era l’ innamorato prescelto da Ailinn, figlia di Lugaid.
    Un giorno Baile ed Ailinn decisero di incontrarsi sulla riva del fiume Boann, per coronare il loro sogno d’amore.
    Così Baile partì da Emain Macha, nel Nord, e giunse sul greto del fiume, ove si fermò per riposare,in attesa di Ailinn.

    Mentre si abbandonava al sogno, vide giungere da Sud un orribile spettro, che procedeva come un falco precipitoso o come vento sulle onde del mare, fino a posarsi in picchiata proprio accanto a lui.
    ""Da dove provieni, spettro, e quali notizie rechi ? " chiese Baile.
    "Provengo da Sud, e porto un’ unica notizia : la figlia di Lugaid, che aveva concesso il proprio cuore a Baile e stava giungendo per incontrarlo è stata uccisa da alcuni guerrieri..Era infatti stato annunciato da Druidi e veggenti che i due innamorati non si sarebbero incontrati in vita e che, uniti nella morte, non si sarebbero mai più separati…Questo tutto quello che ho da dire " ..pronunziate queste parole, lo spettro scomparve.

    Intanto Baile, all’ udire della morte della dell’amata, era caduto al suolo privo di vita.
    Così i suoi compagni gli scavarono la tomba, eressero un tumulo e celebrarono il culto dei morti.
    Sul tumulo crebbe un albero di tasso, la cui chioma aveva l’ aspetto del viso di Baile.

    Poi lo stesso spettro si diresse a Sud, dove si trovava Ailinn e piombò accanto a lei.
    "" Da dove provieni..e che notizie rechi ?"" domandò la fanciulla.
    ""Giungo da Nord, e l’unica novità che posso narrare è di aver visto uomini intenti a cerimonie funebri, a scavare una tomba, ad innalzare una pietra e scrivervi il nome di Baile, il quale era in viaggio per raggiungere la donna amata : Non era destino che si incontrassero e neppure che si amassero in vita.""
    Terminato il terribile racconto, partì a precipizio mentre Ailinn cadeva al suolo col cuore spezzato dal dolore.

    Così anche per lei venne scavata la tomba, innalzato il tumulo, apposta la pietra.
    Sul tumulo nacque un melo, che crebbe rapidamente e le cui fronde avevano l’aspetto del viso di Ailinn.

    Passati i sette anni di rito, i druidi tagliarono il tasso cresciuto sulla tomba di Baile, per ricavarne una tavoletta ove i poeti dell’ Ulaid scrissero versi mirabili d’amore.
    Così come i poeti del Lagin fecero sulla tavoletta ricavata dal legno di melo cresciuto sulla tomba di Ailinn.

    Giunse il giorno di Samhain, e tutti i poeti di Eriu si riunirono per i festeggiamenti indetti dal Re Cormac, recando seco le tavolette.
    Il Re chiese di vederle e, non appena esse furono tra le sue mani,una di fronte all’altra, le due tavolette volarono ad incontrarsi, congiungendosi come l’edera che si avvolge attorno ad un ramo…e non fu più possibile disgiungerle...l'abbraccio eterno.

    Da quel giorno entrarono a far parte del tesoro di Tara, simbolo di un desiderio senza confini….
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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  • Pippi2PlayerPippi2Player Post: 1,268
    modificato 26.05.2014
    [FONT=&amp] [/FONT][FONT=&amp]Il ciliegio del sedicesimo giorno[/FONT][FONT=&amp]

    giappone_primavera_ciliegi.jpg
    [/FONT]
    [FONT=&amp]Nel distretto di Wakegori, che appartiene alla provincia di Iyo, c’è un ciliegio famoso e antichissimo chiamato Jiu-roku-zakura, ovvero «ciliegio del sedicesimo giorno», perché fiorisce tutti gli anni il sedicesimo giorno del primo mese (secondo il vecchio calendario lunare), e quello soltanto. Il tempo della sua fioritura cade quindi nel Periodo del Grande Gelo, sebbene per regola naturale i ciliegi attendano la primavera prima di azzardarsi a fiorire.
    Il fatto è che nello Jiu-roku-zakura fiorisce una vita che non è − o almeno non lo era in origine − la sua. In quell’albero alberga lo spirito d’un uomo.[/FONT] [FONT=&amp]

    Era egli un samurai di Iyo e l’albero cresceva nel suo giardino e fioriva, insieme a tutti gli altri, verso la fine di marzo e i primi di aprile. Aveva giocato sotto quell’albero quando era bambino; i suoi genitori, i suoi nonni e i suoi antenati avevano appeso ai suoi rami in fiore, una stagione dopo l’altra, per più di cento anni, strisce di carta colorata che recavano scritte poesie di lode.[/FONT] [FONT=&amp]Lui stesso era diventato vecchissimo sopravvivendo ai suoi figli e non gli era rimasta altra creatura da amare che non fosse il ciliegio. Ma, ahimè, durante l’estate di un certo anno, l’albero si avvizzì e morì. Il vecchio se ne dolse oltre ogni dire. Invano cortesi vicini gli trovarono un altro ciliegio, giovane e vigoroso, e lo piantarono in giardino, con la speranza di recargli conforto. Li ringraziò di cuore e dette mostra di aver ritrovato la felicità. Ma in realtà aveva la morte nel cuore, perché così teneramente aveva amato il vecchio albero che nulla avrebbe potuto consolarlo.[/FONT] [FONT=&amp]Alla fine gli venne in mente una buona idea: si ricordò come si può salvare una albero morente.
    Era il sedicesimo giorno del primo mese. Si recò da solo in giardino e s’inchinò davanti all’albero avvizzito rivolgendogli le seguenti parole: «Ti scongiuro di fiorire ancora una volta… perché sto per morire al posto tuo». (È convinzione diffusa, infatti, che si possa immolare la propria vita per un’altra persona, o per qualsiasi essere creato, compreso un albero, purché si ottenga l’aiuto degli dèi; e questa trasmigrazione dell’esistenza è espressa dalle parole migawari ni tatsu: «agire per sostituzione».)[/FONT]
    [FONT=&amp]Allora il vecchio distese sotto l’albero un telo candido e vi depose alcuni cuscini, quindi vi s’inginocchiò e fece hara-kiri, alla maniera dei samurai. E il suo spirito trasmigrò nell’albero e lo fece fiorire in quel preciso istante.[/FONT]
    [FONT=&amp]E tutti gli anni continua a fiorire il sedicesimo giorno del primo mese, nella stagione delle nevi.[/FONT]
    Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.
    ( Niccolò Machiavelli )
    ~ ~ ~
    E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?
    ( George Orwell - "1984" )

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    modificato 27.05.2014
    Minosse e il Minotauro
    Mito di Teseo e Arianna - Il labirinto del Minotauro - Il Filo di Arianna


    In una splendida mattinata di luglio, nello stadio di Atene gremito di un pubblico fremente di curiosità e di passione per lo svolgimento dei giochi Panatenaici [giochi che si svolgevano ad Atene durante le feste Panatenee, celebrate d'estate in onore di Atena (Minerva)], ben sei volte erano stati levati in alto i colori dell'isola di Creta. Questo voleva dire che la vittoria aveva arriso ad un cretese. E questo cretese era sempre lo stesso: Androgeo figlio di Minosse, re dell'isola incantevole.
    La folla degli spettatori andava in delirio per tanta bravura, mentre gli atleti ateniesi erano lividi di furore e di rabbia. Lo straniero avrebbe portato via tutti i doni: quale vergogna per la loro città!
    Più furente di tutti era il sovrano di Atene che, accecato dalla rabbia e dall'umiliazione per la sconfitta subita dal suo regno, mise in atto un malvagio proposito: chiamata a sé una vecchia schiava persiana, le impartì a bassa voce un ordine.
    La donna si allontanò e di lì a poco, con una coppa ricolma, si introdusse nell'ambulacro dove gli atleti, dopo la fatica dei giochi, riposavano; si avvicinò ad Androgeo e gli offrì da bere dicendo:

    – Il mio signore, che tanto ti ammira, ti invita a brindare...
    Il giovane trionfatore, assetato, afferrò la coppa e bevve il contenuto d'un sorso. Ma aveva appena finito di inghiottire il liquido fresco e profumato che fu visto piegare il collo e abbattersi sul lettuccio, emettendo un gran respiro.
    Era morto. Gli altri atleti inorriditi compresero quanto era accaduto; un sentimento di pietà cedette il posto all'invidia e alla rabbia provata poc'anzi nei confronti dell'avversario. Il più generoso di essi coprì la salma con una clamide d'oro (corto mantello fermato con una fibbia su una spalla o sul petto, usato da Greci e da Romani).
    La folla commiserò la sorte del giovinetto, ma dopo un'ora non si ricordava più di lui.
    Non così reagirono gli dei, che avevano molto caro il giovinetto Androgeo. Si radunarono sull'Olimpo e decisero di punire duramente i colpevoli di tale delitto.
    Sulla città di Atene caddero frecce avvelenate che propagarono ogni sorta di malattie, mentre i venti, le nuvole, la pioggia distruggevano i campi coltivati. Gli Ateniesi si rivolsero all'oracolo e seppero che gli dei vendicavano l'uccisione di Androgeo. Se si voleva che il castigo finisse, bisognava venire a patti con Minosse, padre del giovinetto morto.
    Furono mandate ambascerie a Creta e la pace fu stipulata, ma a dolorosissime condizioni. Nell'isola di Minosse viveva il Minotauro, orrendo mostro che si cibava solo di carne umana: gli Ateniesi ogni anno, nel giorno della morte di Androgeo, avrebbero dovuto mandare a Creta sette giovanetti e sette giovanette fra i più belli dell'Attica perché fossero dati in pasto al Minotauro.

    Per ben tre anni, ai primi di marzo, gli Ateniesi rispettarono l'orribile patto, ma tutta la città era sdegnata per l'inumano sacrificio.
    All'approssimarsi della quarta scadenza, la nave che doveva trasportare le giovani vittime era già pronta nel porto quando Teseo, figlio del re Egeo, sentì nascere nell'animo un irrefrenabile sentimento di ribellione e, rivolgendosi a suo padre, disse:

    - Non posso permettere che sulla mia patria incomba un simile flagello. Partirò anch'io con quei giovani e andrò a Creta per uccidere il mostro.
    Il padre, disperato, lo pregò di desistere dall'assurda impresa, ma inutilmente. Allora Egeo consegnò al nocchiero un nero vessillo da mettere sull'albero più alto della nave.
    - Se mio figlio tornerà vincitore, al posto di questa bandiera alzane una bianca come la neve. Io la vedrò da lontano e potrò assaporare prima la gioia del suo ritorno. In caso contrario, lascia sventolare il nero vessillo che mi annuncerà la sua morte.
    La nave dalle vele nere si mosse sospinta da venti favorevoli e giunse a Creta dove una gran folla attendeva le vittime. Appena sbarcati, i prigionieri si recarono alla reggia di Minosse; dove parteciparono a un grande banchetto, ultima gioia cui avevano diritto prima di essere sacrificati.
    Durante la festa Arianna, la giovane figlia del re, colpita dalla bellezza e dalla fierezza di Teseo, non riusciva a darsi pace. «Non voglio che un giovane bello e audace come lui sia vittima di un tale destino» pensava. Volle aiutarlo e, senza che nessuno potesse accorgersene, diede a Teseo una spada avvelenata e un gomitolo di filo.

    Il Minotauro aveva la sua dimora maledetta nel Labirinto di Cnosso, un edificio con un complesso di stanze e corridoi che si intersecavano, salivano e discendevano formando una rete così intricata e fitta di giri da non trovare modo di uscirne, una volta entrati.
    L'indomani, quando sui monti bianchi dell'isola apparvero i primi chiarori dell'alba, le vittime penetrarono nel Labirinto; Teseo con la spada in pugno era alla loro testa.
    Seguendo i consigli di Arianna, legò un capo del filo all'entrata dell'edificio e, man mano che procedeva, srotolava il gomitolo che teneva ben stretto nella mano sinistra. Il filo d'oro luccicava nei corridoi silenziosi e bui. Il giovane eroe avanzava, sicuro di ritrovare senza fatica la via d'uscita.
    Giunto nel mezzo del Labirinto, il mostro si rivelò in tutta la sua bruttezza: un uomo con la testa e il collo di toro e con le fauci enormemente spalancate. Il Minotauro si lanciò subito contro di loro. Teseo agilissimo gli si accostò: la lotta fu furiosa ma alla fine l'eroe lo colpì nel punto del petto ove si vedeva palpitare il cuore. Il mostro emise un lungo gemito, poi si abbatté pesantemente al suolo colpito a morte. I giovinetti guardarono con riconoscenza il figlio di Egeo e, guidati dal luccichio del filo di Arianna, ritrovarono l'uscita senza difficoltà.
    Liberi e vittoriosi si recarono al porto e salirono a bordo. Sul ponte della nave intrecciarono danze, fecero sentire i loro allegri canti. Ma commisero una grave dimenticanza. Nessuno, nemmeno il nocchiero, pensò a sostituire la bandiera bianca al nero vessillo che ancora sventolava sull'albero più alto della nave.
    Egeo, il vecchio re che fin dal giorno della partenza spiava il ritorno del figlio da uno scoglio altissimo, colse nel nero vessillo un triste presagio: il figliuolo era morto nell'impresa troppo audace. Non seppe resistere al dolore e, prima che la nave entrasse nel porto, spiccò un salto dallo scoglio precipitando nel profondo di quel mare che, in seguito al triste evento, prese da lui il nome di Egeo.


    Ogni persona deve guardare dentro di sè
    e se quello che vede non gli piace,
    deve avere il coraggio e la forza di cambiare.
    Ma se quello che vede gli piace sempre,
    allora non può più cambiare.



    Enzetto potente come il tuono e veloce come il lampo
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